New Page_15 dicembre 2010

Si è concluso un nuovo ciclo di pubblicazioni per il movimento letterario New Page fondato da Francesco Saverio Dòdaro con la pubblicazione, martedì 15 dicembre, del testo – “Achille” – della giovane autrice salentina Erika Sorrenti. Questo nuovo ciclo ha messo in risalto, in primis, lo sguardo che è proprio del movimento e del suo fondatore, quello sguardo che è Weltanschauung in un senso non formale del termine, che è visione del mondo, ma, allo stesso tempo, azzeramento dei confini, la pulsione di un’apertura verso l’altro figlia della totale adesione alla consapevolezza dell’uomo in quanto uomo, dell’arte in quanto arte. Il secondo punto posto in rilievo è la costante ricerca, da parte di Francesco Saverio Dòdaro, del coinvolgimento di giovani autori, da qui la pubblicazione della già citata Erika Sorrenti che segue, in ordine di tempo, le uscite di autori come Bartolomé Ferrando (Spagna, con la traduzione di Federica Miggiano), Ayham Agha (Siria, con la traduzione di Fatima Sai), Victor Jacono (Malta), Elvira Cordileone (Canada).

Commenti ai testi


Su Bartolomé Ferrando:

Bartolomé Ferrando inaugura la sezione “Scavi”, nuova apertura del movimento letterario New Page – fondato da Francesco Saverio Dòdaro – all’interno della quale non si riscontra la concettualità legata alle “cento parole”, si realizzano, invece, testi anche superiori con lo scopo di indagare a livello teorico le vie del linguaggio. Un mondo. Una ricerca poetica. Un percorso. Rigoroso. Stretto fra semplicità comunicativa – figlia di un agire diretto, come d’impulso – ed una caratterizzazione profonda del significato. Per una ricerca gonfia. Colma. Di una strutturazione accurata. La prassi poetica di Bartolomé Ferrando sembra muoversi a metà strada fra quel mondo spagnolo che Ortega Y Gasset descriveva come magico e quel mondo europeo che, lo stesso pensatore, definiva come rigoroso, scientifico. Bartolomé Ferrando attua una sintesi perfetta fra questi due “poli”, realizzando una ricerca profondamente strutturata, rigorosa, quasi chirurgica, sostituendo al taglio del bisturi una fine poetica che fende l’animo, caratterizzando il tutto con un’atmosfera densa, ancestrale, che attribuisce al suo agire poetico uno scenario forte, forte di contrasti emotivi che sembrano precedere il tempo, scongelando il corpo dell’uomo da quello stato amorfo del tempo di oggi, restituendolo a quel contatto primitivo di un suo linguaggio immaginato, sviluppato col contatto totale del corpo nudo con l’essenza degli anni e le palpitazioni del mondo. Da qui l’atmosfera carica di una ricerca accurata, ma che si esprime attraverso una metodica comunicativa all’apparenza semplice perché diretta. L’aspetto magico, quello che in Wittgenstein apparteneva alla sfera del non detto, del non dicibile, e ricadeva in ciò che il viennese definiva come “mistico”, sembra caratterizzarsi di una forza e di atmosfere che si generano attraverso una sorta di disfacimento del soggetto poetico in quanto sovrastruttura di una pratica poetica che è diretta espressione dell’essenza, nuda, della poesia e ricerca poetica di Bartolomé Ferrando, da qui il ricorso alla semplicità comunicativa come espressione di questo disfacimento, di questa eliminazione di una sovrastruttura tecnico-pratica dell’atto in sé. Genera, così, un’atmosfera di tipo magico annullando il soggetto poetico attraverso il suo disfacimento che, nell’emergere della semplicità, regola, invece, l’essenza del soggetto poetico eliminandone inutili sovrastrutture, in un percorso “per sottrazione tecnica della poetica”. Destinazione ultima, l’espressione semplice e diretta di una sua stessa pratica poetica.

Bartolomé Ferrando è autore, performer, poeta visivo. Titolare della cattedra di Performace presso la facoltà di Bellas Artes dell’Universidad  Politécnica de Valencia, è coordinatore della rivista Texto Poetico.

Su “Cose” di Ayham Agha:

Scriveva Voltaire nel trattato “Sulla Tolleranza” che «C’era una specie di diritto d’ospitalità tra gli dèi come tra gli uomini. Se uno straniero arrivava in una città, cominciava adorando gli dèi del luogo; non si tralasciava mai di venerare persino gli dèi dei propri nemici. […] Gli ateniesi avevano un altare dedicato agli dèi stranieri, agli dèi che non potevano conoscere.»
Il concetto del non conoscere, del non conosciuto, si agita come spettro, forte, fra le maglie di uno sragionamento sociale dovuto al globale del mondo d’oggi che, per riflesso, esalta l’alienazione, il fiorire delle piccole patrie – in quell’arroccarsi dietro finti patriottismi locali – l’indifferenza “civile” dei singoli che si distaccano l’uno dall’altro in un progressivo diradarsi dei contatti sociali, come ultima manifestazione dell’indifferenza alle questioni quotidiane del vivere comune.
L’aspetto citazionistico che si manifesta in apertura di questo commento – attraverso le parole di Voltaire – tende, dunque, a puntare l’indice non di certo sull’aspetto religioso, ma su quello socio-culturale del mondo d’oggi. In questo modo si rende necessario, attraverso “l’altare” letterario che va a rappresentarsi – nel caso specifico – in quello spazio bianco della New Page, l’accostare l’orecchio all’ascolto di una delle culture meno considerate, oggi, su di un piano letterario, linguistico, culturale. Oggi si è preda di quell’allontanamento globale che si manifesta in maniera del tutto radicale fra il mondo “europeo” ed il mondo arabo.
Da qui l’idea, della traduttrice Fatima Sai portata a compimento anche grazie all’accorta esperienza di Francesco Saverio Dòdaro, di procedere ad una impaginazione del testo che potesse mettere in relazione i diversi modi di concepire la parola e lo spazio del rigo fra le culture arabe e quelle occidentali. Si concretizza, così, nella realizzazione e visualizzazione di questa New Page dell’autore siriano Ayham Agha, l’incontro e la lontananza “grafica” delle due culture che si incontrano, s’intrecciano nell’iniziare del rigo (da destra a sinistra per la scrittura araba) per poi allontanarsi, via via divergere nel proseguimento testuale di una concezione logica, visuale, immaginativa di una percezione della realtà che l’autore traduce nell’elencazione di uno scenario scarno, minimale, semplice, diretto, dislocato a metà fra il nostro sentire e l’aspetto tattile del nostro afferrare il “verso” in quanto mondo. Costruisce uno spazio letterario la cui forza motrice si manifesta nell’essenzialità dello sguardo alle cose della vita, della quotidianità, dell’esistenza del verso, del verbo. Del concetto dell’UNIRE. Come parola chiave di una concezione testuale che rimanda al reciproco scambio-ascolto sulle vie dell’incontro di una pluralità linguistica che diverge, ma è tassello fondamentale nell’unire.

Su “Così, la strega” di Victor Jacono:

Victor Jacono, da Malta, propone un testo dall’ordine fatato delle parole. Per un linguaggio che sedimenta i nostri ricordi bambini, ancorandoli, con forza, al reale, ormai scarno spettro delle nostre esistenze, sempre più virtuali, areali, tramutate in una simbiosi indissolubile con l’impossibile stupore, che è consuetudine ormai. Così, la strega. Così. Così ci porta, trasporta, nel silenzio sonoro delle parole, magiche incantate, che anticipano questo tempo del sociale, spostandone l’attenzione su di una dimensione testuale colma di quello stupore che da una certa data in poi, come sosteneva Walter Benjamin, viene a mancare a questo mondo, matrice di una riproduzione seriale di individui immagini sogni infanzie.


Su “This ancient soil” di Elvira Cordileone:

Elvira Cordileone, giornalista canadese di origini italiane, ci consegna le sue cento parole come dimensione magica, frutto di un lavoro che l’ha portata in Italia per due mesi e che l’ha tenuta a contatto con quelli che lei stessa ha definito luoghi dell’anima. Perché non è più questione di monumenti, di cimeli, foto da ricordare. Si riserva nella memoria un solo spazio, una dimensione unica che si genera in maniera ancestrale, un ritorno al di là del tempo che fa in modo di trovarsi – l’autrice stessa – in un luogo a lei conosciuto, ma che in realtà non avrebbe modo di ricordare, lei nata in Italia, ma “trapiantata” sin da subito in Canada, a Toronto, dove vive ed ha lavorato per anni. La sua capacità giornalistica genera un lavoro, che si inserisce nel solco delle New Page sin qui realizzate, tendendo – però – le proprie mani, i propri arti, il suo sentire che sembra annullare il ricordo e prenderne il posto, attuando in maniera sintetica un discorso che va ad introdurre una percezione scritturale di tipo onirico, all’interno della quale l’autrice precede il suo tempo, per trovarsi a contatto con la terra che fu dei suoi antenati, riconoscendo gli spazi dell’anima, quelli della sua famiglia, della sua storia raggomitolata tra le necessità arcaiche dell’io che, con forza, si schiude, esce allo scoperto trasformando monumenti e luoghi, cimeli e foto, in una sequenza di ricordi, di abitudini, di necessità, di consuetudini che il tempo e lo spazio della memoria avevano contribuito a relegare al margine, estraniare, ma che si materializzano in una sequenza di respiri, in numero di cento, contati con gli inchiostri dell’esistenza. Trascritti – ora – sulle pagine del vissuto, ma antecedenti al vissuto stesso.

Su “Achille” di Erika Sorrenti:

Achille. Achille figlio di una storia. Figlio di storie. Di intrecci di storie. Mito a sua volta della storia, nelle storie. Per alcuni il piccolo Achille veniva unto di giorno con l’ambrosia e di notte ne venivano bruciate le parti mortali – da qui, il suo tallone ustionato venne sostituito con l’astragalo, l’osso del tallone del gigante Damiso, noto per la sua velocità. Achille piè veloce. Per altri venne bagnato nel fiume Stige per renderlo immortale. Achille. Che ha visto la sua figura espropriata dagli anni. Trasportata nel rivolo della storia. Consumata. Slabbrata. Baciata dalle pagine dei libri. Che ha visto la sua figura mutare mutarsi. Appoggiarsi alle propaggini del tempo che solo la scrittura poteva aver formato, plasmato, in uno spazio paratestuale. Oltre il tempo stesso. Achille. Che nel 2010 è nello spazio testuale figlio di un contesto storico-culturale diverso. Che è nello spazio della New Page. Che è nello spazio che è proprio del dissenso. Della scrittura che deve spezzare. Sgombrare le necessità del quotidiano dalle norme “buone” della società. Della scrittura che frantuma. Achille che è stanco delle guerre in nome di patrie che non rappresentano più la volontà dei cittadini. Che è stanco degli dei che obbligano ad uccidere. Che è stanco. Che si rafforza fino all’esplosione. Delle parole. Delle immagini. Del testo. Del tempo. Dello spazio. Dello spazio New Page che Erika Sorrenti gli cuce addosso. Nuovo. Come il tempo che cambia. Che non si piega alle logiche commerciali di un razionalismo che arranca. Mentre “il reale non è razionale” – come la mente umana per Hume che non è razionale. E lo vuole più umano. Più vero. Più vicino a noi. Sugli inchiostri New Page che lo segnano. Padre. Che lo segnano sposo. Malato. Sapiente. Morente. Che lo rendono umano. Attraverso l’intera sua parabola. Lasciata in pegno al sentire di questo tempo. Alle necessità che sono le nostre. Ed ora le sue.

Francesco Aprile

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