Sulla lingua del Berlusconismo

“Sulla lingua del Berlusconismo”, saggio pubblicato su Il Paese Nuovo l’8 dicembre 2010. E’ possibile scaricare i file pdf col saggio fra le pagine di Paese Nuovo:

Sulla lingua del berlusconismo parte 1

Sulla lingua del berlusconismo parte 2

Sulla lingua del berlusconismo parte 3

Saggio:

Dalla Teatrocrazia ateniese ad oggi è trascorso un lungo lasso di tempo. Alcune cose, nell’uso della comunicazione, non sembrano essere cambiate. Ad Atene l’uso della rappresentazione teatrale, così come venne messa in atto da Aristofane ne “Le Nuvole” e Amipsia nel “Conno”, attraverso l’aspetto comico, spianò la strada a quello che è poi stato il processo a Socrate e la sua condanna a morte. Luciano Canfora in “Critica della retorica democratica” scrive che «Anassagora si sottrasse alla morte, Socrate volle affrontarla: e non perché stanco della vita, come sostiene scioccamente Senofonte nella sua Apologia di Socrate. Anassagora per i secoli a venire non divenne un simbolo, Socrate sì: proprio grazie alla decisione di patire fino alle estreme conseguenze l’errore dei suoi condannatori.» In epoca moderna lo strumento comunicativo, in virtù di quella sua capacità d’andare da dentro a fuori e plasmare, si è fatto formatore, codificatore, delle coscienze, fino a creare un corpo unico fra la lingua del potere ed il popolo. Un corpo unico, una massa che si sviluppa su larga larghissima scala nell’applicazione delle dittature novecentesche.

La rideterminazione semantica di certe parole, accompagnate dalla mimica del discorrere pubblico, hanno creato un modello in epoca nazi-fascista che si è da subito reso come visione amplificata di una trasformazione linguistico-culturale delle coscienze attraverso la manipolazione del messaggio, come coscienza intrinseca della comunicazione.

In un rapporto dell’11 dicembre 1940 la manipolazione, o meglio imposizione come sarà, poi, in realtà il regime fascista e la sua lingua, emerge come tale, come – del resto – in tutti gli altri rapporti del Minculpop (Ministero della Cultura Popolare) ad opera di Pavolini che scriveva, infatti, «Occorre che essi [si riferisce ai direttori dei giornali] facciano sì che i giornali siano un punto fermo di fede, un focolare di fede. Agire in questo senso, con sentimento di fascista, e poi adoperare la propria arma professionale, ossia il giornale, per diffondere questa fede nel popolo italiano. C’è evidentemente [nel caso specifico, invece, fa riferimento al delitto Matteotti] una nuova Quartarella, quindi è bene guardarsi negli occhi, riconoscersi e tenere a mente quelli che sgarrano e se occorre ora o quando il momento sarà venuto, colpirli». (Ministri e giornalisti, La guerra e il Minculpop, Einaudi, Torino 2005).

Occorre tenere presente che il riferimento al periodo fascista si rende necessario all’analisi dell’oggi in quanto modello comunicazionale, opportunamente reinterpretato in relazione allo svolgersi temporale della società, da tener presente ancora, oggi, in questi giorni d’assassinio della cultura libera, di quel mezzo usato a nome di riforma che, non colpisce solo la struttura, la deviazione totale dei fondi a mezzo di tagli ecc, ma si pone come colpo, attacco netto, taglio, all’abolizione del pensiero libero. Il mascheramento a mezzo di riforma riconduce a quelle che furono le parole di un intellettuale libero nel 1974, quel Pasolini che un anno prima d’essere ucciso rilasciava un’intervista alla Rai per dire e ribadire che il vero fascismo in Italia lo stiamo vivendo mascherato da Democrazia: «Sabaudia è stata creata dal regime, non c’è dubbio. Però non ha niente di fascista, se non alcuni caratteri esteriori. Allora io penso questo, che il fascismo, il regime fascista non è stato altro – in conclusione – che un gruppo di criminali al potere, che questo gruppo di criminali al potere non ha potuto in realtà fare niente, non sono riusciti ad incidere, scalfire la realtà dell’Italia; sicché Sabaudia ordinata dal fascismo secondo certi criteri di carattere razionalistico estetizzante accademico non trova le sue radici nel regime che l’ha ordinata, ma trova le sue radici in quella realtà che il fascismo ha dominato tirannicamente, ma che non è riuscito a scalfire…è la realtà rustica provinciale industriale che ha prodotto Sabaudia. […] Ora succede il contrario. Il potere di oggi è un potere democratico, ma quell’omologazione che il fascismo non è riuscito ad ottenere il potere di oggi, che è quello della società dei consumi, lo ottiene perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari, togliendo realtà ai vari modi di essere uomini che l’Italia ha prodotto storicamente in modo molto differenziato». Quello che il fascismo non ha ottenuto o ha ottenuto solo in parte – in quanto imposizione – il sistema democratico moderno ottiene e persegue. La manipolazione collettiva delle coscienze, dunque, per mezzo di un’impostazione omogenea del linguaggio, di un linguaggio come corpo unico, massa, oggetto di imbarbarimento culturale di tagli, fin dalle primissime scuole, con cadenze effettivamente importanti, importantissime, negli istituti superiori, licei ecc, dove la sistematica eliminazione di determinati studi affonda i focolai del pensiero libero; intesi, i focolai, non come oggetto-scuola, bensì come produzione autonoma di idee (ciò che la scuola dovrebbe garantire) e che la si può garantire solo e soltanto attraverso studi adeguati. La scuola del sistema contemporaneo “democratico” italiano diventa di tipo aziendale, affossata come l’economia di un paese senza futuro, omogeneamente omologata al soggetto del potere, come tassello di una lavorazione industriale del consenso a mezzo di una produzione seriale di individui. Se è vero che la storia qualcosa la insegna, i soggetti del potere globale, oggi, dimostrano d’aver appreso le lezioni di comunicazione che la storia tramanda all’uomo sin dai tempi della Teatrocrazia ateniese. Ma se la storia ci dà la semplice nozione trattazione dei fatti, degli avvenimenti, la loro elencazione, stipulazione, è nella cultura, nella lingua, che si annidano i perché di una società. La lingua del potere dunque. Viceversa, il potere della lingua. Ancora Luciano Canfora ci viene incontro affermando che «Una ragione determinante è che, in condizioni di normalità, nei paesi ricchi e decisivi, la maggioranza predilige, anzi, adora, i valori, i comportamenti e i modelli rappresentati dai detentori della ricchezza». (Luciano Canfora, Critica della retorica democratica, Laterza, Bari 2002). Ora, forse, non siamo più in condizioni di normalità. No, non lo siamo. Di certo non dimentico quando una volta, anni fa, ero ancora al mio primo anno di laurea triennale qui a Lecce, una ragazza affermò di votare Berlusconi perché con la sua ricchezza ed il suo potere dava un’immagine forte e vincente dell’Italia all’estero. I detentori della ricchezza descritti da Canfora. Tutto torna. Fortunatamente il prode Assange ha svelato a tutti ed in tutto il mondo qual è l’immagine che gli altri politici hanno del nostro premier. E forse non serviva nemmeno l’intervento del prode australiano a svelare questo primordiale segreto. La costruzione del consenso attraverso il linguaggio e la sua manipolazione è il must oggi della politica contemporanea. Il nazismo usò la lingua come strumento di omologazione comune, attraverso, anche, il fluire di messaggi assorbiti come credenze comuni a tutti in modo del tutto inconscio. George Orwell in “1984” scrive Gustavo Zagrebelsky «Ha magnificamente rappresentato il potenziale totalitario delle parole, immaginando un ministero della Verità che poteva rovesciare il significato delle parole, a seconda delle necessità: la pace in guerra, l’amore in odio, e così via». (Gustavo Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente, Einaudi, Torino 2010). Si pensi, ad esempio, a ciò che avviene oggi in Italia parlando di missioni di pace – soldati, armati, in zone di guerra. Il rovesciamento dei significati. La guerra in pace. Potere delle parole e del loro utilizzo che inconsciamente plasma, genera la comune omologazione. Ancora Zagrebelsky «Libertà di lingua equivale a libertà tout court». Per chi ancora avesse dei dubbi sul perché attaccare l’istruzione e, quindi, la formazione del pensiero libero. A tutto questo si rende necessario aggiungere l’uso discriminatorio elitario della lingua. Elitario non nel senso proprio del termine, non in una visione linguistica, legata ai termini messi in gioco da Silvio Berlusconi che, invece, si allineano al tema generale della politica e della società di oggi – stereotipata breve ripetitiva attraverso l’uso e abuso di un limitato e semplice numero di parole spesso, anche, fuori contesto in relazione a continue rideterminazioni semantiche, traslazioni di significati che spostano l’attenzione dal reale comunicare ad un sottotesto, appunto, discriminatorio – si manifestano come elitari dal punto di vista prettamente discriminatorio verso una buona fetta della popolazione italiana, muovendo da una trasposizione dei significati iniziata col suo ingresso in politica. Nel 1994 dichiarava perentoriamente «L’Italia è il paese che amo» giustificando in modo “occulto” la sua entrata in politica come un atto d’amore nei confronti del suo paese. E ancora, l’uso discriminatorio della lingua attraverso il ricorso a figure retoriche come l’ossimoro, l’accostamento di due termini per antitesi – con forte supremazia di uno sull’altro – come, ad esempio, la definizione del suo partito attraverso l’espressione “Il partito degli italiani” indicando con partito una parte degli italiani che, nel momento stesso in cui viene enunciata la frase, fa in modo che quella parte partitica assuma la connotazione della totalità degli italiani e relegando gli altri al ruolo di italiani cittadini di serie b. E quelle, poi, più recenti come “Chi vota a sinistra è un coglione” o addirittura recentissime “Gli studenti veri sono a casa a studiare, quelli in giro a protestare sono dei centri sociali e sono fuoricorso”. A questo proposito afferma, ancora, Zagrebelsky che «Quest’uso della parola porta con sé non discriminazione, ma separazione, distacco, secessione». E non perché non sia in realtà discriminatorio l’uso che ne viene fatto del linguaggio, ma Zagrebelsky, Giudice della Corte Costituzionale e docente di diritto, affonda il colpo andando oltre, ancora più lontano, oltre il linguaggio, spostando l’asse di rotazione del pensiero dal “discriminatorio” ai suoi effetti, quegli stessi effetti sotto i quali l’Italia di oggi muove i suoi passi, passi che sono brevi, come la società, ma che a volte sono più lunghi della gamba e che disperdono nell’aria semi secessionistici (ultimi esempi riguardano i comuni del Cilento in Campania che vorrebbero un fantomatico “Principato di Salerno” ed i separatismi salentini che rifondano la storia basandosi su esaltazioni da curva nord), o la diffusione senza freno di una cultura della discriminazione fra italiani e italiani, italiani ed extracomunitari. Un particolare uso indiscriminato della lingua, dunque, va ben oltre l’immediato effetto con ripercussioni, gravi, sulla società e la sua evoluzione. Dal concetto di porosità di Walter Benjamin per cui «La vita privata è frammentaria, porosa e discontinua… La strada penetra all’interno delle case… Compenetrazione di giorno e notte, rumori e silenzio, luce esterna e oscurità interna, di casa e strada» di una società porosa che genera media, comunicazione e ne viene, a sua volta, generata, fino ad arrivare alla Teoria Critica di Max Horkheimer secondo cui il cinema assieme agli altri media avrebbe plasmato esso stesso la realtà. È la comunicazione che, in un secondo momento, genera il sociale, lo penetra in quel suo essere tessuto poroso, facilmente modellabile a partire proprio dal linguaggio, luogo d’incontro di quelle immagini dialettiche in cui passato e futuro si illuminano nel presente, a partire da quell’immagine dialettica che solo nel linguaggio può proporsi in modo che passato e istante generino il futuro. Oggi più che mai si rende necessario un uso responsabile ed adeguato della parola, a partire proprio da quella dialettica teorizzata da Adorno e Horkheimer per cui l’interesse personale diventa ragione strumentale mirata al raggiungimento di mezzi necessari e più efficaci per fini irrazionali quali lo sfruttamento economico e politico, per una logica di dominazione che aveva ed ha, ormai, penetrato il tessuto sociale. Aggiungendo, poi, il monopolio mediatico che si registra in Italia, espresso da Ruben Durante e Brian Knight della Brown University attraverso uno studio sulla presenza dei politici italiani nei Tg di Rai e Mediaset condotto dal gennaio 2001 al settembre 2007, abbiamo che “in un regime di sostanziale duopolio, i canali Mediaset sono controllati dall’uomo politico Berlusconi; il controllo del Tg1 si allinea con qualche ritardo al colore politico della maggioranza di governo”(Riccardo Puglisi, Il Tg al tempo di Berlusconi, http://www.lavoce.info), dimostrando come il controllo politico dei mezzi di comunicazione occupi un ruolo importantissimo nell’indirizzare la posizione ideologica dei cittadini stabilendo, in pratica, una sorta di voto col telecomando. In uno studio del 2009, invece, i Tg Rai dedicavano uno spazio pari al 29,57% al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per un totale del 62,52% alle forze della maggioranza. Tutto ciò risponde a quei caratteri che il sociologo Merton definì con tre semplici e realistiche parole: Monopolizzazione, Incanalamento, Integrazione. L’apporto di internet, del virtuale, al rimbambimento mediatico di quella che Mauro Marino sulle pagine del Paese Nuovo ha definito come “Cuccia culturale” (Grandi fratelli ecc), non è da sottovalutare, in quanto traslare il contenuto di una persona nella forma di una connessione comporta, di conseguenza, una rappresentazione. In modo che siamo tutti dei fake. Un po’ come la salvaguardia del sé nella rappresentazione secondo Erving Goffman. L’uso indiscriminato di una rappresentazione, in quanto interfaccia, sistema “d’interfacciamento” relazionale dischiude petali lastricati dal disincanto, è l’evoluzione atrofizzata della decadenza dell’io. La mercificazione da sé di una nostra non figura che viene connaturata all’aspetto sterile del nostro soggetto/io trasposto in sistema binario svaluta la relazione intrinseca fra l’io ed il corpo, lasciando all’ultimo il solo compito della rappresentazione. Affossando l’io a partire da quella duale controversia arcaica fra un nostro, presunto, io arcaico kleiniano ed il corpo come desiderio e riflesso di un freudiano miroir. Per un trasporto dell’umano sentire verso una desolante situazione di cinicità estrema, menefreghismo sociale direttamente proporzionali all’aumentare della socialità virtuale che mette l’uomo nella deprimente condizione d’essere una vetrina come raffigurazione di sé. All’accrescimento di ciò risponde, in maniera del tutto inversamente proporzionale, il quasi annullamento di relazioni sociali vere, sempre più limitate a poche pochissime parole di uso comune, logore, facendo, attraverso il progressivo allontanamento delle persone le une dalle altre, il gioco di quella logica di dominazione dei pochi.

Francesco Aprile
2010/12/05

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