John De Leo e lo strumento voce

E’ possibile scaricare l’originale in pdf al link: john de leo – paese nuovo

 

“Una voce senza parole è molto più di una bella sonorità, sono, secondo me, le leggi più elementari, le manifestazioni più elementari, della sensibilità umana” – Demetrio Stratos – Archivio Rai, 1970.

Così John De Leo, ex voce dei Quintorigo, che si è esibito giovedì 3 febbraio presso il Teatro Paisiello di Lecce, nell’ambito della rassegna Reset – promossa da Astràgali Teatro, in collaborazione con Pelagonia concerti – si è mosso, nell’arco della serata, su di un percorso musicale che ha smantellato la parola, partendo dagli albori delle rivoluzioni del ‘900 letterario, si pensi alla ricerca dadaista di Hugo Ball che nel 1916 sfociò nella poesia “Karavane” «Jolifanto bambla o falli bambla/großiga m’pfa habla horem/egiga goramen/higo bloiko russula huju/hollaka hollala/anlogo bung/blago bung blago bung/bosso fataka/ü üü ü/schampa wulla wussa olobo/hej tatta gorem/eschige zunbada/wulubu ssubudu uluwu/ssubudu/tumba ba-umf/kusa gauma/ba – umf» composta con parole senza alcun significato andando in quella direzione di purificazione della parola, logora, consumata, svilita da ordini e informazioni di cui il quotidiano vivere rendeva necessaria la trasmissione. Sempre Ball fu apripista per quanto riguarda la poesia fonetica attraverso la poesia “Gadji beri bimba” composta da una serie di sillabe “accumulate” dal caso, quasi a mimare l’atto primitivo della parola, del suono, del bambino. Tutto questo, il verso, il suono, il timbro, la sconsacrazione della parola, il suo disfacimento in virtù di composizioni di soli “suoni” compaiono in De Leo passando attraverso la ricerca sonora dell’indimenticato Demetrio Stratos per il quale la voce era strumento, traino, mezzo, sul quale tessere trame e trame infinite di suoni senza l’ausilio della parola, rientrando, così, in quel contesto che è proprio di una ricerca poetica che incanala la propria strada negli apici letterari degli anni ’60 – ’70 a cavallo del lirismo poetico-sonoro di Adriano Spatola – o, ancora, si pensi, successivamente, ai componimenti di “Sei per uno sei” di Enzo Minarelli, al loro suono per sottrazione sistematica dei termini che si susseguono in pura estasi sonora, per la procedurale eliminazione dei contenuti. A questo punto uno degli elementi fondanti della ricerca sonora-musicale di De Leo si caratterizza per la giusta maturazione che l’evoluzione del suono assume all’interno dei componimenti, per cui esso, il suono, si affianca abilmente alla elegante esposizione del contenuto, basti pensare, infatti, alla ricercatezza letteraria che il cantante mette in atto nel brano “Vago Svanendo” «e piove dentro/una coltre d’autunno/a perdita d’animo/anche domani/anche domani/siamo sospesi/siamo panni stesi/il cuore ad asciugar/nei sogni di Chagall/tienimi o volerò/sei libero se vuoi […] ti lascio è qui che morirò/ti lascio è qui che io…». Suono e parola. Strumento voce che si unisce e lega sapientemente al contenuto della parola, allo spazio del silenzio che è il suono dell’aria, il respiro del vibrare assente delle corde vocali in attesa. In modo che la sua ricerca sia strettamente connaturata alla giusta convivenza di elementi propri del ritmo, del suono, della parola, della pausa. John De Leo mette in atto una vera e propria orchestra sintetizzandola fra gli spazi delle sue corde vocali, ripercorrendo con la sola voce l’intera storia della musica. La sua voce è, infatti, sezione ritmica, corda di violino. Le sue melodie vocali, sonore, spaziano dal rock al cantautorato, dalla black music (blues, rap, funky, soul) a sprazzi techno-minimal fino ad arrivare agli anni ’60, i feedback dei Velvet Underground di Lou Reed, e poi oltre, fino al noise per poi tornare, ancora, indietro, swing e poi jazz. Nel mezzo, tutto viene tenuto insieme, stretto, connesso l’uno all’altro, dall’ancorare del suono al suo ritorno all’atto in sé, al consegnare la voce allo scorrere primordiale del suono sul quale tessere, come nell’antichità, oscure trame nenie litanie capaci di trasportare l’ignaro ascoltatore sulle strade di un distacco delle percezioni, dell’entrare in un percorso che è proprio del viaggio, l’apoteosi finale di chi si è fatto strumento esso stesso consacrando il suono in tutti i suoi aspetti, come già detto, dalla voce alla parola, ritmi sonorità e contenuti.

 

Francesco Aprile
2010-02-04

 

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