Massimo Zamboni, il mio primo dopoguerra

«Piante e animali sono condannati alla vita. L’uomo, è condannato alla storia. E trascina gli altri sistemi con sé, in un mondo politico. Ma c’è una cosa che abbiamo dovuto apprendere: la storia, non solo non è maestra della vita; non è neanche bidella.»

È scritto nell’apertura di “Il mio primo dopoguerra. Cronache sulle macerie: Berlino Ovest, Beirut, Mostar” di Massimo Zamboni, musicista compositore di CCCP e CSI, edito da Mondadori nel maggio del 2005.

È scritto così ed è tutto un percorrere le pagine salienti della storia e, a tratti, sovvertirla. Si registra il background culturale, ma anche sociologico, che ha caratterizzato e caratterizza tutt’ora Massimo Zamboni nell’arco della sua carriera. Il percorso che affronta l’autore fra le pagine del libro è quello che attraverso un’apparente distruzione della storia, mira a rileggerla in un modo più adatto alla memoria stessa, una memoria che rifugge stereotipi odierni che puntano dritto all’odio, ma che, invece, riconosce l’atto storico e lo modella sulle onde della consapevolezza per poter attuare un’adeguata solidarietà per un vero riconoscimento dell’altro.

Se per Benedetto Croce si partiva dal fatto che tutto è storia, elaborando una teoria per cui la filosofia altro non poteva essere che una metodologia della storiografia, individuando le radici della storia europea non nel mito fondante della grecità, bensì in quello sviluppo europeo considerato come diverso ed articolato in virtù di una capacità di costruzione obiettiva del mondo dello spirito.

Ora, Massimo Zamboni si è già detto che punta al sovvertimento della storia fra le pagine del suo libro intendendola come uno svolgimento a ritroso, parte dall’immagine dialettica di Walter Benjamin per andare in soccorso del tempo e della storia stessi. E manipolando la visione del filosofo tedesco, secondo cui «nel presente il tempo è un equilibrio ed è giunto ad un arresto», ovvero nel presente la storia si costruisce guardando al futuro, partendo dalle esigenze dell’attualità, assumendo una propria leggibilità in una determinata epoca a partire da una serie di immagini dialettiche, immagini improvvise nelle quali convergono passato e futuro – cioè si illuminano – a partire dal presente. Nell’immagine ciò che è stato si unisce all’ora ed il luogo in cui si incontrano queste immagini è il linguaggio. Per questo motivo Zamboni, che conosce le potenzialità del linguaggio, attualizza le sue immagini inverse nella parola scritta ed in quella possibilità per cui non sia necessario che il passato e l’ora si incontrino per generare il futuro, ma, al contrario, il futuro e l’ora si incontrino per giungere consapevolmente al passato, eliminando le scorie dell’odio insite nella memoria e preparando il campo al pieno riconoscimento dell’altro. Scrive, infatti che «La storia, si potrebbe concepirla a ritroso? Da oggi all’indietro, sempre più indietro, a datarsi lontano procedendo come salmoni contro corrente lungo i secoli che ci hanno generato, fino a un inconcepibile – imbarazzato – inizio. Là dove si innescano l’atto e il pensiero che consegnano l’uomo alla storia, detraendolo alla vita.»

La consapevolezza della quale parla l’autore è quella che è propria di una cognizione logica dei fatti e non solo di una storia come elenco, sulle corde di un ritmo scandito da “data-evento”, ma è una storia che va assimilata e compresa in tutte le ragioni periferiche, anche, altrimenti si corre il rischio, che tutt’ora viviamo, di continui risentimenti e rivalse d’odio basate proprio sull’utilizzo storiografico della parola memoria. Ciò che occorrerebbe, una pura consapevolezza dell’esercizio storico in virtù delle differenze culturali fondanti l’Europa, in quell’idea di radice storica mutuata da Croce, viene meno e lascia spazio all’odio.

Scrive infatti che “Di-menticare (lasciare uscire dalla mente), s-cordare (lasciare uscire dal cuore) il male, tenere netti gli organi, intasati dalle sofferenze…l’oblio serve la vita, la lascia proseguire. Un esempio su tutti, perdonare il dolore del parto serve a garantire le nascite ulteriori degli uomini. Conservare, tenersi servi della memoria, serba intatti i germi primari delle divisioni, delle ragioni assopite, mugolanti, feroci in potenza. Mantiene ogni male esercitato o subìto per una espansione posteriore. La memoria, serve la storia. Che sia l’oblio un indifferenziato eterno, rinnovabile, aperto ai giudizi e gli usi arbitrati dalle succedenti epoche…la memoria è dedicata all’uomo. L’oblio al tempo.”

 

Francesco Aprile

pubblicato su Il Paese Nuovo, Lecce, 9 settembre 2010

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