Sulla fotografia di Francesca Dell’Anna

E’ possibile scaricare l’originale pdf di Paese Nuovo al link: Sulla fotografia di Francesca Dell’Anna

Ho incontrato una poesia. Di quelle che ti afferrano. E parlano. Cantano. Dicono. Che della poesia devi farne a meno. Perché ti si rivolge contro. Ti squarta il petto. E ci si infila dentro. Contrae ogni mossa. Ogni respiro. Ho incontrato una poesia. Di quelle che ti afferrano. E ti invitano a bere. Ti obbligano. A sputarci su un whiskey. Liscio. Che così si gradisce il whiskey. Di quelle che ti invitano al cesso. A vomitare. Di quelle ossute. Mani di conchiglie nel tempo. Tutto in alcuni scatti. Che sono immagini. Che sono parole. Poesie. Oggetti mancanti. Smarriti. Persi. Dimenticati. Come una scarpa su una spiaggia. Come una sagoma lontana fra le luci fioche della sera. Che odora, la sera, degli smembramenti della dimenticanza. Di una poesia. Scritta fra le immagini, fra gli scatti di Francesca Dell’Anna, rubati allo spazio evolutivo dei nostri giorni. Involutivo. Immerso nell’immediato stagnante paludoso del sociale. Ormai arenato. Cancro fermo nel tempo dismesso. Ho incontrato una poesia, in questi scatti. Ritmi di danze tribali, antiche, che suggellano l’impiccagione dei nostri rituali pagani, che suggellano l’impiccagione dei nostri rituali di libertà. L’ho incontrata a metà strada fra un’Italia post-imbellettata di malesseri e l’America dei versi di Bukowski, inebriata ubriacata malandata. Scortati, i versi, da un agglomerato urbano di immagini in decadenza, raccolte nell’angoscia figurativa degli scatti di Francesca Dell’Anna, degli scatti, come matrici affogate, perse nel debito pubblico di un contesto post urbanizzato tendente al macero. Di figura di donna. Di ombra. Danzante. D’albero. Come capro espiatorio dell’esistenza. Di un cappio. Che è la vita. Mentre il gesto. Che si rapporta al corpo. Si innesta fra mura desuete, sedie smunte di palpitazioni che affette da inflazione dell’ultima ora tramano di sillabe di canzoni, pronunciate in fretta, nel freddo deserto delle stanze, delle strade, delle lontananze. Percorse dai piedi. Su corpi. Ossa. Sentimenti smarriti. Di un gioco che è perdita la vita. Di chilometri. O semplici distanze. Di pochi passi. Di pochi respiri. Su corpi di donne. Svalutati da democrazie pubblicitarie che pianificano le preferenze di governo. Di voto. D’attese e tendenze. Mai realmente colmate. Le attese. Delle nostre speranze. Lastricate d’inferno.

Francesco Aprile

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