Vira Fabra – Ultimi tattili ai margini della memoria

E’ possibile scaricare il pdf di Paese Nuovo in cui è presente l’articolo: Vira Fabra – Ultimi tattili ai margini della memoria

“Ultimi tattili ai margini della memoria” nasce dalla trasformazione dell’originario audiovisivo di Vira Fabra del 1984, scandaglia con assetto rigorosamente filosofico le vie del linguaggio, la sua evoluzione ed il dopo, come interrogativo ideale per i cambiamenti sociali e linguistici che la parola affronterà nel “dopo”, in quel “mentre” che è già divenire.

 

Il destino della scrittura. C’è un’ipotesi in apertura. È quella dell’eclissi. Della morte. La scomparsa totale. La pornografica estensione multimediale dell’uomo, dei suoi sensi, le diramazioni telematiche. È da qui che si lancia l’ipotesi. Subito sovvertita. Di una morte. Di un’eclissi. Di un periodo nero. Buio. Cupo. Delle parole. Del destino. Della scrittura. Perché è scritto fra le prime battute di un discorso nominato che l’arte si nutre di morte, come «il carbone giace in solitudine per riabilitare la qualità delle sue energie»(“Ultimi tattili”). Allora è la morte di ciò che noi, come scrittura, conoscevamo fin dai Sumeri, con la necessità «della punteggiatura, pare per necessità di un orizzontale accesso al pensiero»(“Ultimi tattili”). Da qui la salvezza. La consapevolezza che il libro non potrà cessare, ma solo mutare. Così. Dai Sumeri a Gutenberg ad oggi. Ortega Y Gasset affermava che noi nasciamo nell’ambito di una società con già cucite addosso determinate credenze. Quelle del nostro periodo storico, della nostra generazione. Muovendo da ciò un nostro agire è lecito attribuire ad ogni società, ad ogni generazione, uno stratificarsi della sua formazione ideologico-culturale sulle spore, sulle spoglie di una generazione passata e così via. Dai Sumeri a Gutenberg a noi. C’è l’apporto, oggi, di quella che si considera società in superamento, o di già superata. Una questione di postmodernismo. Ma è teso, il postmoderno, in una sorta di intercambiabilità dovuta al suo spazio, che non è quello definito di un luogo o scansione temporale, ma è il cambiamento. La continua sovrapposizione di stati di cose, di idee, di parole, di emozioni. Da incollare, da combinare, da gestire nel collage contemporaneo di una realtà multiforme che si muove, per forza di cose, dal passato per gettarsi nel futuro. Si getta, il discorso ai margini della memoria, fra le parole, per una prima salvezza, temporanea – in accordo al cambiamento, per il libro. Il libro oggetto, il libro d’artista, nei musei, nelle gioiellerie. Il libro come oggetto unico e irripetibile, figlio, anche, di quella concezione benjaminiana dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica dove se ne perde l’unicità, l’aura poietica dell’artista e della sua opera. Oggetti di soluzioni per soluzioni temporanee per un solco di unicità temporale soggetta alla velocità del cambiamento, all’apertura, necessaria, che l’idea non può essere di dimora fissa nel tempo, ma in movimento. Il superamento dei limiti umani, come quello della velocità, che la scienza ha permesso all’uomo d’ottenere è lo spazio necessario di una di quelle peculiarità che è, che sono, rappresenta/no, i punti cardini di un postmoderno che nei tentativi di superamento rafforza le sue regole di brevità, velocità, cambiamento. La velocità della società produce lo stress, il blasé simmeliano nutrito alienato incapace allo stupore. Velocità che nell’oggetto libro, nella narrazione, si manifesta col ricorso all’uso combinazione di parole (il globale) e immagini (il particolare). È così che il ricorso alle forme della Singlossia, caratteri giganti e non, immagini, mettono in atto un discorso di combinazioni sensoriali che giocano premendo i tasti delle evoluzioni della società, inserendosi in un discorso di ricerca che pone il libro, la scrittura, come suscettibili alle varianti dei cambiamenti sociali, in virtù di una staticità che male si addice alla velocità, alla brevità del respiro, del sussulto contemporaneo connesso al tessuto sociale allo stesso modo che al tessuto cutaneo umano. Tutto questo per un discorso che smorza i toni catastrofici della morte del testo, del libro, sancendo l’ideale liberatorio secondo cui attraverso un percorso di ricerca nelle arti è ancora possibile salvare il mondo, secondo cui attraverso lo stupore, quindi, che è proprio, che è insito nell’arte e nella sua socialità – in quel suo essere azione comune, libera la forza necessaria ai cambiamenti.

 

 

Francesco Aprile
2010/12/3

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