La Singlossia di Vira Fabra

Maestro è l’errore – La Singlossia di Vira Fabra” pubblicato sul quotidiano Il Paese Nuovo il 2011-02-23. E’ possibile scaricare il pdf di Paese Nuovo con la pubblicazione dell’articolo al link: la singlossia di vira fabra.

Nelle ipotesi di lavoro, nel lavoro stesso, così come nella ricerca, la Singlossia di Vira Fabra nasce coeva del suo tempo e si manifesta secondo un percorso di errori e rinunce e conquiste e ancora passi in avanti ora arrestati ora ripresi; è l’incavo spazio semantico dell’errore la prassi evolutiva di un discorso artistico-letterario mutevole non toccato da incoerenza nel senso proprio del termine, ma assorto nella naturale evoluzione nietzschiana di valori in accordo col tempo il mondo ed i loro cambiamenti che in un uomo si susseguono come crescita e forza evolutiva di un approccio all’arte in quel suo rapporto di stretta convivenza – nel lavoro di Vira Fabra – del brulicare delle nuove esperienze che l’uomo compie lungo il suo cammino parallelo allo stadio evolutivo della scienza. La volontà di potenza di Nietzsche, infatti, è in quel percorso per cui l’uomo manifesta quella forza di porre continuamente a rinnovamento i propri valori al fine di non “fissarsi” su di una verità poiché negherebbe la pulsione vitale del cambiamento. Scrive Franca Alaimo, a pagina 4 del libretto affiancato all’audiovisivo “Ultimi tattili ai margini della memoria”, in riferimento alla Singlossia di Vira Fabra di «un continuo farsi, pieno di interrogativi e dubbi, che mostrano la contraddittorietà come metodo di avanzamento piuttosto che come crepa della coerenza investigativa, caratterizza il modo in cui Vira Fabra accompagna la sua riflessione sulle cose del mondo e sulla relazione che con esse instaura l’artista, chiamato ad aderire alle urgenze ed ai bisogni più profondi del tempo storico in cui vive». L’errore, in questo modo, sa farsi punto cardinale in una ipotetica rosa dei venti del concetto e sviluppo artistico. Prassi. Memoria. Punto di partenza continuo. Così da unire, intrecciare il momento artistico ed il suo evolversi ad un scandaglio, rigoroso, di ricerca scientifica come prassi di un agire tecnico-pratico dello sviluppo dell’opera che diventa attenta logica d’esecuzione, riducendo l’impulso ad uno spasmo, ultimo rantolo millenario ancestrale ucciso nell’ibridazione dei processi artistici con una prassi, una metodologia, uno sviluppo scientifico che vanno a legarsi in una ipotesi di lavoro che vede il gesto artistico connaturato ad un fare scientifico che si inserisce come metodo nella creazione artistica, in un percorso che si riflette nella sola ragione. Come afferma la stessa Vira Fabra, infatti, a pagina 299 del volume “Cartestio un filosofo da amare” (Coppola Editore, 2009) che raccoglie alcuni suoi scritti «La relazione fra arte e scienza che ha motivato lunghe, contrastate teorizzazioni (oppositive, complementari, correttive) in atto è ritenuta necessaria». E ancora, a pagina 11 dello stesso volume afferma «Sembra naturale, inevitabile, che la formazione dell’uomo avvenga per espansione e correzioni, proprio come lo sviluppo della scienza». Confermando per mezzo delle sue parole la stretta corrispondenza che pone fra l’evoluzione dei percorsi artistici parallelamente e, ancora, guidati da percorsi scientifici. Inoltre, se incongruenze poste all’apparenza su posizioni insanabili, lontane, riducono, poi, lo scarto della distanza associandosi in un tutto che si delinea come naturale progressione evolutiva dell’atto artistico in quanto l’associarsi di due diversi linguaggi (arte e scienza) contribuisce a portare quella che sembrerebbe una insanabile crepa, sulle corde della naturalità di un discorso che diviene, come quello scientifico, mutuato da errori e sovvertimenti. L’arto artistico messo in gioco da Vira Fabra nasce coevo al suo tempo, sull’asse sincronico in un ambito strutturale che vede strettamente connessi aspetti, tasselli, interdipendenti l’uno dall’altro, muovendo da Ferdinand De Saussure, sposta il suo raggio d’azione sul diacronico unendo, poi, l’idosemantico al fonosemantico, nel tentativo di virare, di non restare, poi, schiacciati, credo, dal proprio tempo, ponendo l’opera in quell’essere del tempo, ma in una potenziale traslazione temporale in apertura al cambiamento che è nel divenire.

Francesco Aprile
2011-02-16

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