Cyber. Elementi technopunk nell’opera di Antonio Verri

E’ disponibile per il download il pdf di Paese Nuovo con il seguente articolo, pubblicato in data 2011-03-13, al link: cyber verri

«C’è un castello di cotone, una cattedrale di riso» (Antonio L. Verri, I trofei della città di Guisnes, Il Laboratorio, Parabita, 1988). C’è una metanarrativa. Uno scenario fatto di personaggi e miti. La scrittura. Che tornano. Carichi in maniera diversa. Nuova. Scheggiano la semantica del verso. C’è questo che si riflette nell’approccio letterario/editoriale. C’è il Quotidiano dei Poeti. Una matrice editoriale technopunk. C’è una scrittura techno/urbana in Verri, figlia delle evoluzioni tecnologiche che si accavallano e susseguono nella società postmoderna. C’è un’apertura al cambiamento, il tutto accompagnato da un sapore di rivolta culturale che si fa prepotente in una visione di cultura al servizio della società, per un miglioramento della stessa. Verri è autore prettamente anni ’80. Il movimento Cyberpunk nasce e si sviluppa negli anni ’80 con l’antologia “Mirrorshades” a cura di Bruce Sterling. C’è la tecnologia nel futuro dell’uomo, la sua integrazione per il superamento dei limiti umani. L’iniziativa editoriale di Verri coniuga aspetti surrealisti (nella veste grafica della prima esperienza del Quotidiano sotto l’influenza della ricerca verbo-visiva di Francesco Saverio Dòdaro) ad intenzioni Cyberpunk e non potrebbe essere altrimenti visto che, nell’accezione del postsituazionista inglese Downham, il Cyberpunk è visto come movimento techno-surrealista. La necessità del Quotidiano dei Poeti è figlia delle pratiche esistenziali di una società al margine, di un sottofondo socio/culturale generato da esistenze techno-pop, dove l’alienazione si pone come filo conduttore fra disparate visioni e realtà giovanili, il tutto sotterraneo al mondo, come un mondo nel mondo con un suo esistere tagliato fuori dalle culture ufficiali.

L’iniziativa si pone quasi come un cut-up vitale che riporta alla luce aspetti di un’editoria che fu, unendoli e sviluppandoli in contesti urbanizzati che sovrappongono antichi palazzi ad aree urbane di moderna costruzione destinate al degrado o all’abbandono stesso ad altre aree simbolo di una modernità rigogliosamente tecnologica che si staglia fra presente e passato, come interventi chirurgici sul tessuto connettivo della realtà urbana che presenta i suoi cambiamenti in una progressiva perdita di conoscenza di sé, dissolvendo la propria identità nei continui taglia e cuci a cui è sottoposto il suo tessuto strutturale. Ma l’evoluzione delle tecnologie ha portato, anche, all’appiattimento della comunicazione, annichilendo la divulgazione nei piccoli centri, destinando il flusso del sapere ad una diffusione verticale, indirizzata dall’alto verso il basso. Ora, nell’opera Cyberpunk accade che i protagonisti siano spesso giovani in lotta contro le multinazionali, nuove detentrici dei poteri economici e culturali, nel tentativo di stabilire un nuovo tipo di comunicazione, capace di muoversi dal basso verso l’alto. C’è questo nel Quotidiano dei Poeti. Un gesto dal sapore Cyberpunk. Di una rivolta. Un assalto. Certo. Alle parole. Al mondo. Un’interzona che è nella metanarrativa, in quel cut-up vitale formato dal taglia e incolla di esperienze scritturali-editoriali-tecnologiche del ‘900. I micidiali anni ’80. Computer. Tecnologia. Hacker. Chirurgia plastica. Il boom. Che in Verri si tramuta genera diffonde come boom di parole. Che si fanno punk, techno, surreali, cyber. Secondo Timothy Leary l’individuo è l’unico pilota della propria esistenza. In due testi di Verri, apparsi in Ballyhoo – quotidiano di comunicazione nel 1991, a ridosso di quegli anni ’80 appena terminati, su quella testata che andò ad incrociarsi col Quotidiano dei Poeti, rispettivamente “Abstract – Ecco” (domenica 26 maggio 1991) e “Può ancora accadere” (mercoledì 25 maggio 1991), nei quali Verri tratteggiava la sua persona sulle sembianze del “cyber”, del pilota al quale affidare la propria esistenza ed essere, quindi, egli stesso pilota di sé. Mettendo in atto quella discendenza che etimologicamente il termine cyber deve alla radice greca “Kibernetes”, appunto, pilota, quel pilota Verriano che attua una sorta di interzona burroughsiana nella sua scrittura, in quel suo scavare e realizzare il suo cut-up vitale, la sua interzona in quel suo farsi e fare una scrittura mito che destina l’autore stesso nello spazio della mitologia per la difficoltà che si realizza dal separare la scrittura dalla figura dell’autore, da quelle sue parole che diventano corpo e pilota di sé. E scriveva Verri «Cyber è il pilota, il navigatore. Il timoniere. Alla ricerca di connessioni e informazioni. In una realtà forse illusoria. Stordito. Racconto. Meraviglia. Silenzio.» (Abstract – Ecco) e ancora «Ero il Cyber. Tenevo la rotta. Dal mio oblò si vedevano ormai solo schermi. Schermi. Schermi.» (Può ancora accadere).

Francesco Aprile
2011-03-10

pubblicato su http://www.salentoinlinea.it – 2011/03/11
e sul quotidiano Il Paese Nuovo, 2011/03/13

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