Smarrire le tracce

Il vuoto dietro.

C’è un problema che preme forte, squassa, spacca, torna. E ancora preme. C’è una frase che mi porto dietro. L’incipit di un testo. “Conoscere la propria storia nella sua completezza aiuta qualsiasi persona a darsi un senso e a facilitare la comprensione di sé ai simili. Ogni cosa di cui si smarrisca la traccia, o non sia stata in grado di definire una propria storia è destinata a lasciare dietro di sé il vuoto. Un popolo o una scienza, quando dimentica ciò che lo ha determinato, perde il suo carattere ed è destinato a non lasciare tracce della propria esistenza.” (Godino, A. – Toscano, A., Ipnosi: Storia e tecniche, Franco Angeli, Milano, 2007, p. 7). E non è la ricerca di sé il tracciato che mi preme e torna spesso a trovarmi dal momento in cui questo incipit mi si è cucito in testa, sulla fronte, e riesco quasi a sentirne l’odore della carta, della stampa, prima che ogni cosa svanisca del tutto. E cercherò d’afferrarlo bene, questo odore, ché dimenticare semina la nostra storia sui campi incolti dell’oblio. C’è un problema di fondo, un grosso errore, un vizio che ne fa la base di queste nostre storie, di queste nostre presenze. La durata nel tempo della storia che caratterizza la nostra società, la nostra “memoria” collettiva ai tempi del superfluo, dell’intangibile. Mentre dal Paleolitico medio, ossia nel periodo Musteriano, estesosi da circa 120.000 a circa 40-35.000 anni fa, sono pervenuti fino a noi, nel 2011, i reperti di una certa storia dell’uomo, della cultura e suoi sviluppi ai primordi, sembra difficile poter affrontare un discorso simile, in termini di durata nel tempo, per la società nella quale viviamo e che quotidianamente affrontiamo nel vano – per ora – tentativo di una riappropriazione dei nostri diritti e della dignità del singolo, di ogni singolo, in quanto uomini e che sembravano questioni già vecchie, affrontate e superate e già conquistate, che anche queste le abbiamo dimenticate intessendo una società presente e futura fondata sull’intangibile, sulla dimenticanza, sull’oblio, sulla corruzione, sullo straniamento, l’alienazione, l’arrivismo sfrenato ad ogni costo, sulle spalle e dignità altrui. Calpestate e gettate via. È singolare constatare, poi, come dalla preistoria in poi i reperti di una certa storia e vicissitudini dell’uomo siano arrivati sino a noi ed a questo punto sembra lecito chiedersi cosa potremo mai lasciare, noi, di tangibile ad una futura società che prenderà il nostro posto? Quale sarà la nostra memoria storica? Quale sarà, poi, la sua portata e durata nel tempo? In che modo stiamo affrontando il nostro tempo? Il massmediatico. Il televisore. La riproposizione delle nostre vite sullo schermo incantato del padrone. Prima traslazione. Il disagio cronico di intere generazioni. Le nuove tecnologie. I new media. L’intangibile informatico. Lo schema dei nostri pensieri e vite e culture espresso sullo spazio irraggiungibile diuna immensa replica, l’internettiano miroir che ci astrae e genera alienazione,  straniamento, replica del mondo, delle parole, degli schemi, di un sistema che sottrae all’uomo lo spazio dell’incontro, della comunione con l’altro, che nell’epoca della comunicazione è proprio questa a mancare nell’uso fuorviante del mezzo, del tempo, dello spazio che è impossibile trovare, perché intangibile, del rapportarsi con l’altro nello schema dell’impossibilità comunicativa originaria, dell’io mi rapporto a te che non ci sei, che sei feticcio, astratto o tassello falso, che è consuetudine della comunicazione internettiana che spesso non comunica. Altro straniamento. Immenso, denso. Altra replica. Immensa. Del mondo. Delle nostre vite. Del linguaggio. Di noi stessi. In questo contesto socioculturale estraneo alla comunicazione vera, in cui la popolazione è soggetta a bombardamento comunicativo affabulatore, in un rapporto di sottomissione, i supporti della nostra memoria segnano il tempo che trovano. Quello del superfluo. Dell’intangibile e non lasciano ampi spazi per la nostra memoria storica, del suo dipanarsi nel tempo. Così. Chi negli anni ’60 aveva girato un piccolo filmino in proprio, magari per il suo matrimonio, usufruendo dei primi supporti appositi, negli anni ’80 il cambiamento del formato di diffusione lo portava a cambiare, convertendo, trasformando, il suo filmino nel formato VHS con conseguente perdita di qualità e così via, accadeva questo, ancora, con l’arrivo dei cd, prima, e dei dvd poi. E cosa resterà a noi di tutto questo? La rottura degli hard disk mette a sedere ogni memoria storica che di noi ci possa essere. Il cambiamento dei filesystem genera l’illeggibilità di documenti, file sorgenti di editing video, grafica ecc. Tutto il nostro mondo è online. Ora che lo spostamento della produzione editoriale, dalla carta stampata all’ebook al webmagazine, sembra diventare consistente, ora che i supporti si smaterializzano (o smagnetizzano e danneggiano molto facilmente, come nel caso di cd e dvd per una durata nel tempo assai limitata) e sembra che tutto porti alla “profezia” di Marshall McLuhan secondo cui il linguaggio così come lo conosciamo non avrebbe più avuto modo d’esistere, sarebbe stato cancellato dagli effetti di una comunicazione elettronica con conseguente universalizzazione, appunto, del linguaggio stesso, sorvolando su quelle differenze linguistiche che sono motivo d’unione, perché sanciscono – nella differenza – la somiglianza, l’unione, l’incontro fra genti e linguaggi diversi che a scavare manifestano comuni radici, più comuni di quanto si pensi, che a scavare riscontrino sviluppi diversi per punti di partenza comuni, archetipali, che si ripetono nella storia dell’uomo. Ora che tutto questo sembra andare su questa strada, lungo le coordinate del nostro straniamento, lungo le rotte tracciate dalla narcosi sociale della grande ripetizione del mondo internettiana, ora che tutto questo ci cancella dalle nostre stesse vite lasciandoci al tempo dell’indifferenza sociale, qualcuno raccoglie i frutti di questo straniamento, di questo bombardamento, approfittando della dimenticanza, dell’oblio storico al quale appare destinata una società senza tracce di sé e consapevolezza scarsa della memoria dalla quale si è generata.

Francesco Aprile
2011-04-10

foto 1, Nam June Paik, TV Bra for Living Sculpture, 1969
foto2, Gerry Shum, Identification, 1970

pubblicato su Il Paese Nuovo, in data 2011-04-30
in download i pdf di Paese Nuovo ai link:
memoria e contemporaneità – paese nuovo(squillo) 2011-04-30
memoria e contemporaneità – paese nuovo 2011-04-30

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