Eco-day e responsabilità civica

«Per un tempo lunghissimo la forma dominante (nella scrittura della storia) è stata la narrazione degli avvenimenti politici e militari, presentata come la storia delle grandi gesta dei grandi uomini: i capitani e i re. Questa nuova forma dominante fu sfidata seriamente per la prima volta soltanto durante l’Illuminismo. In quest’epoca, ossia intorno alla metà del Settecento, in Scozia, in Francia, in Italia, in Germania e altrove un certo numero di scrittori e studiosi cominciarono ad interessarsi a quella che chiamarono la storia della società: una storia che, non più confinata alla guerra e alla politica, avrebbe incluso le leggi e i commerci, i costumi morali e quelle maniere ch’erano al centro del famoso Essai sur les moeurs di Voltaire». (Burke, P., Una rivoluzione storiografica. La scuola delle Annales, 1929-1989, Editori Laterza, Bari, 1995). Ora, non è il momento, quello dello scrivere, di tratteggiare aspetti storici del territorio, di un territorio; è lo spazio, l’incontro delle discipline, diverse, che da un dato periodo si cercano. E trovano. La microstoria delle Annales. L’assetto sociale. Culturale dello sviluppo territoriale trovano esplicazione, devono trovarla, oggi. Il rimando è alla salvaguardia, alla tutela a porre rimedio, attenzione. Lo spazio giornalistico, incantato dall’eco-mostro, dalla catastrofe colossale generata in natura dalla natura, o – sempre più spesso – dall’uomo, astrae ed asporta l’attenzione del fruitore su coordinate globalizzanti che vertono su problematiche, appunto, colossali, fanno in modo che la percezione del singolo cittadino su problematiche minori risulti alterata, quantomeno inesistente. L’attenzione del cittadino, alterata, si manifesta sulle corde di dinamiche epocali, disattendendo il momento dello sguardo attorno a sé, dimenticando l’imbarbarimento dell’esperienza quotidiana del vivere civile, escludendo dalla propria visuale l’impegno a garantire la salvaguardia di ciò che abbiamo attorno. Così il cittadino diventa esule. Si allontana da quella responsabilità che dovrebbe portarlo alla denuncia, alla lotta per la salvaguardia, la tutela, dello spazio del vivere. La denuncia come un frammento, breve. Flash. Come la microstoria. Accedere ad un quadro di portata maggiore passando attraverso il percorso davanti ai nostri occhi. Assumendone consapevolezza e quotidiana risposta alle esigenze del territorio. Per una responsabilizzazione civica «intesa come una qualità specifica del trait d’union civico, come comune denominatore che unisce sul piano della concreta prassi senza esigere non tanto i costi di un impegno diretto, quanto quelli di appartenenze troppo formalizzate e rigide. Dunque secondo una lettura più positiva il passaggio dalla logica dell’appartenenza a quella dei comportamenti potrebbe significare che la dimensione dell’impegno si laicizza, si universalizza, si muove trasversalmente nel mondo associativo, diventa più flessibile e plurale, si traduce in una maggiore capacità di fare rete, di interconnettersi, di creare sinergie. Anche attraverso questo nuovo tipo di impegno personale (ma forse solo apparentemente più privato), l’individuo può fuoriuscire dall’oikos – la sfera degli interessi privati – e incontrare l’agorà – la sfera dove si riflettono le questioni di interesse generale. Bisogni e chiamate ad un impegno nella vita quotidiana si connettono allora con una sensibilità più ampia». (Caltabiano, C. [a cura di], Il sottile filo della responsabilità civica: VIII Rapporto sull’associazionismo sociale, Milano, Franco Angeli, 2003). E il cittadino, con la sua responsabilità civica – mai troppo scoperta, resta esule. Nascosto e forse non percepisce, non dà importanza. Ai rifiuti. Agli angoli delle strade. Al vicino. Che scarica abusivamente. E non percepisce. Non dà importanza. Esule dal contesto. Esule. Da èxulem, formato da ex (fuori) e suolo, lontani dal proprio paese. Esule è chi, oggi, vive – ancora – sul territorio del proprio paese e non fa sentire la propria voce in quel quadro che è rappresentato da un contesto degradante, dove la società di massa lo è solo in tv ed i diritti sono ancora dei pochi. Esule non più soltanto chi è fuori dalla propria terra, chi ne è bandito, ma, anche, l’uomo, gli uomini, che, dalla storia della loro terra vengono esclusi, martoriati da leggi e poteri che denigrano la politica in quanto tale per l’esaltazione orgiastica del delirio di onnipotenza, da narcisismo latente vaneggiato come proiezione della propria libido su sé, e trasmesso sulle reti del potere, della sottomissione dell’altro. Un contesto storico nuovo. Diverso. La percezione si sposta. E nasconde l’attenzione. Dello sguardo alle cose accanto. Così mentre il Salento si appresta, nei giorni 28 e 29 maggio 2011, al suo secondo Ecoday, gli occhi, miei e di Danilo Calugiuri (fotografo del team Whiroo – http://www.whiroo.com), si fermano, e si articolano, sviluppano, con le sue foto – un lunedì 23 maggio 2011 – su alcuni angoli abbandonati in questo Salento da bandiere blu, dove il mare, le campagne. Denudate. Accartocciate. Di un nostro luogo migrato. Più che migrante. Dimenticato. Dalla cartina geopolitica di favolistiche ascensioni regionali. Si sgretolano. Il mare. Le campagne. E aprono. All’imbarbarimento, angusto, della sua stessa variante, il degrado. Nel Parco Archeologico di Roca Vecchia, un lunedì di 23 maggio 2011, l’erba a coprire i sentieri, nascosti agli occhi di turisti che si apprestano ad arrivare con la bella stagione. L’erba. Alta. A coprire, anche, il Parco stesso in alcune sue circostanze, murati vivi i resti di una nostra memoria, sotto il peso dell’incuria. Della non attenzione. A ciò che può essere richiamo e lavoro nell’arco dell’anno. A ciò che può essere riscatto della nostra stessa memoria. Poco più avanti. Oltrepassando la strada, c’è chi, come Danilo, mi indica un cartello, ora rimesso in piedi, che mostra la continuità della zona archeologica. Un cartello, ora – di un lunedì 23 maggio – in piedi, ma le sue foto (queste ultime precedenti alla situazione incontrata lunedì 23 maggio) parlano di un cartello che, all’arrivo della bella stagione, finisce per terra e parte del Parco Archeologico è un parcheggio. E le spiagge, poi, piccole, incastonate fra gli scogli, agli angoli dei nostri occhi, d’arrivarci a nuoto con l’acqua bassa alle caviglie, con l’acqua ancora un po’ bassa, ma che si alza, alla vita e poi, torna, alle caviglie. E queste spiagge, piccole, incastonate fra gli scogli, agli angoli degli occhi dove la spiaggia è un ricordo, un cassetto dimenticato nelle nostre memorie e si apre, invece, al manto nuovo delle distese di bottiglie di plastica. Lungo il ritorno. Su un muro una scritta “Vietato gettare rifiuti” e, accanto, un cassonetto della spazzatura capovolto, un materasso, altri rifiuti, altre mancanze deragliate dagli occhi, dagli sguardi incerti della nostra responsabilità civica che si accende col telecomando del televisore.

Francesco Aprile
2011-05-25
pubblicato su Il Paese Nuovo, 2011-05-28

*foto di Danilo Calogiuri del team Whiroo (www.whiroo.com)

I pdf di Paese Nuovo ai link:
responsabilità civica – paese nuovo 2011-05-28 – parte 1
responsabilità civica – paese nuovo 2011-05-28 – parte 2

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