Franco Gelli, strutture poetiche della follia

Franco Gelli, strutture poetiche della follia
giovedì 29 settembre 2011, fonte http://www.salentoinlinea.it

Una breve ricognizione sull’esperienza “genetica” di Franco Gelli

Franco Gelli fra pittura, poesia visiva, copy art, mail art, ricerca avanzata per un percorso di ibridazione teorico-concettuale a nutrimento dell’assetto artistico. Aderì al Movimento di Arte Genetica (GHEN – fondato da Francesco Saverio Dòdaro nel 1976) e fu il “numero due” del movimento. Ha realizzato, fra le varie opere, “Il manifesto della follia, 1980-1984”, “Ipotesi genetica di città, 1984”, “Mare Piccolo”, “EXVOTO PER Carmelo Bene (in)adempiendo LACAN”, “Implicazione struttura ambiente, 1966”, portando a compimento importanti opere imbevute, anche, dell’assetto sociale, dello spazio attorno, inquadrando, in uno sviluppo artistico sempre avanzato, temi difficili come quello dell’immigrazione.

C’è una poetica che è nel processo, nel mancamento, nella distanza storica dei processi evolutivi della propria persona e della persona d’altri, dell’azione ch’è esterna s’ascolta e s’accorda nel sentire e nella pratica realizzativa. È il concetto del processo che sedimenta l’opera, ne descrive le traiettorie e le strutture in entrata, l’artista stesso, che emerge e sfocia in risultati, di volta in volta diversi, che sono propri delle tematiche trattate in corso d’opera e le riscopre come corpi-arti dello stesso volto, perché descritte in una pratica realizzativa caratterizzata da quel criterio di identificabilità “genetico” che è nell’esperienza del vivere quotidiano, e si genera dal profondo dell’artista.
Aderì, dunque, al movimento di Arte Genetica di F. S. Dòdaro, basato su quella causa primaria intesa come “manque à être” lacaniana, che è la mancanza come separazione del soggetto centrale dal «complemento materno» (Francesco Saverio Dòdaro, Codice Yem. Le origini del linguaggio, ovvero la rifondazione della coppia, Ghen 25.6.79) l’origine dell’arte, di quell’arte, quella musicalità e quella separazione che sono al centro del gesto artistico. La nascita del linguaggio come processo di lutto, per la separazione dalla madre all’atto della nascita, della lacerazione mancanza separazione. Così, dai concetti del movimento di Arte Genetica (quelli già citati e poi altri e altri ancora nel vasto raggio di un movimento internazionale che ha saputo scavare nel linguaggio e trarne linfa nel vasto campo delle arti), opere di Gelli, come Ipotesi Genetica di Città rischiarano la condizione veneziana del sostare sul mare amniotico generatore allargando il raggio d’azione di un’ecografia che diventa eterno ancoraggio, nello svolgersi della città, ad un ritono e bisogno d’amore, in quel “Amo Venezia” che è tassello di un muoversi inconscio di frammenti scissi della nostra persona, di un pulsare come cuore dell’opera, come di una città che galleggia e si nutre e vive nella pienezza del contatto, del ritorno, dell’abbraccio nel divenire artistico.

Francesco Aprile

Un’opera di Franco Gelli:
Abdruck
dimensioni: cm. 13 x 18
Tecnica mista su cartolina, inviata a Palma Bucarelli, all’epoca direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Sul verso, stampato: ‘ FRANCO GELLI abdruck 175 x 105. Genova 25 marzo 3 aprile 1972 Fiera Mondiale – Mostra Mercato Galleria d’Arte – Numero Roma’.
ImageDi seguito riportiamo due brani volti ad illustrare al meglio l’arte di Gelli.
«Franco Gelli, artista a tutto tondo, che divide la sua vita tra Lecce e Venezia. Non rendiamo giustizia al valore di Gelli fidando solo su di un nostro rapporto di qualche anno fa, ma non possiamo che limitarci a questo per tracciare qualche nostra brevissima nota, rimandando all’Archivio Genetico di Francesco Saverio Dodaro o all’attenzione critica (che quando deve esaminare terreni nuovi o terreni non battuti è sempre più lenta) il giusto profilo di questo artista dai moltissimi interessi, guizzante in tantissimi campi. Comunque, il tramite per questo rapporto-avventura fu il foglio giallo di “Pensionante de’ Saraceni”, e durò da gennaio a giugno 1983. Avevamo conosciuto ed ospitato uno splendido e alquanto per noi misterioso Gelli nell’ottantuno e nell’ottantadue, in quelle due provvisorie ma quanto ricche edizioni di “al banco di Caffè Greco”. Il primo anno ci spedì un telegramma da Venezia, il secondo ci portò le sue stupende Venezie acquerellate e altra roba. Sempre gentilissimo, discreto, anche misterioso, pieno di curiosità. Poi l’avventura col foglio giallo, con tre numeri del foglio, dove intervenne non solo con due splendidi paginoni (uno dedicato a Bodini, nello spazio della poesia, l’altro dedicato ad un “EXVOTO PER Carmelo Bene (in)adempiendo LACAN”, installazione genetica) ma moltissimo con i suoi consigli di impaginazione, il suo costante impegno, il suo rigore, e addirittura con dei candidi soldini quando comprese con quali difficoltà facevamo il foglio. Ma per avere effettivamente un’idea di questa linea d’avanguardia salentina, ci si può, al solito, rivolgere a quello che ormai possiamo ben chiamare “il grande vecchio” dell’analisi poetica e della proposta poetica: F.S. Dodaro. E allora esce fuori il vero Franco Gelli, ovvero la punta salentino che opera in area di ricerca estremamente avanzata, affrontando i problemi sui diversi fronti: linguaggio, psicanalisi, eccetera. “L’operatore più avanzato, la mente più avanzata dell’area pittorica salentina”, ripete Dodaro e poi mi ricorda i Manifesti Genetici di Gelli. “Il manifesto della follia, 1980-1984″ per esempio, che sa così, con estrema semplicità (si fa per dire) e competenza, individuare le due strade possibili della cultura e della civiltà contemporanea: ” O poesia o follia”, questo il testo del manifesto. E poi il legame con Breton e i surrealisti, le sue puntate sull’emarginazione, sulla poesia, eccetera, eccetera.» (Verri Antonio L., Una stupenda generazione, 1988, in Sud Puglia, dicembre 1988)«Valigia dell’Emigrante – “La conoscenza umana di Franco Gelli non teme compromessi; ed è aperta ad ogni sperimentazione sul presente, ha sedimentato un bagaglio culturale abbastanza massiccio. Dopo un lungo periodo trascorso a Firenze, laddove la sua presenza era teoria e pratica artistica in aperto divenire (ricordo qui per inciso, alcune illuminanti sperimentazioni di tipo costruttivi sta molto personali); e di dove la attenzione era tesa ad un costante aggiornamento, ha saputo focalizzare l’interesse artistico su un vivo rapporto uomo-società. Tale rapporto lo ha costretto a ricercare la radice della propria dimensione culturale. Ed a ritornare tra le sue parti nell’estremo Sud d’Italia, laddove, cioè, potesse rimettere in luce la somma di contraddizioni che si portava dentro. La pratica dell’arte si congiungeva intorno alle costruzioni di alcuni singolari aspetti che chiamava “Egostrutture”; in effetti maturava la riscoperta totale di se stesso col mondo che lo aveva generato. E vi scopriva che l’uomo a tutti gli effetti aveva “subito” la storia: che egli stesso aveva subito la storia. Tale consapevolezza artistica si trasformava così, pienamente, in coscienza politica…» (Michele Perfetti, testo per “La valigia dell’emigrante” mostra di Franco Gelli)

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