Riscrivere la collettività

Dal quotidiano Il Paese Nuovo, 2011-10-09

le parti in corsivo sono aggiunte successive alla versione pubblicata su Paese Nuovo

 

Intercettazioni e politica pre-moderna

 

V’è un’ingiustizia dei costumi, una tendenza al far torto (Hobbes) su questo spaccato di terra imbruttito dalle politiche ad personam. È l’esigenza del cancellare, del “Va tutto bene” che rastrella qua e là la memoria di una collettività per consegnare al futuro un percorso polico-sociale a macchia di leopardo, smacchiato di tanto in tanto dall’onta lunga dei processi archiviati e quelli ancora da archiviare. Martedì 4 ottobre, navigando in rete, in quella terra di nessuno che si vuole fermare, i contenuti di Wikipedia erano stati volutamente nascosti in segno di protesta verso il Disegno di Legge – Norme in materia di intercettazioni telefoniche. Il messaggio d’apertura di ogni pagina dell’enciclopedia libera recitava «Cara lettrice, caro lettore, in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando. […] Oggi, purtroppo, i pilastri di questo progetto – neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti – rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni. Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede, tra le altre cose, anche l’obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine. Purtroppo, la valutazione della lesività di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all’opinione del soggetto che si presume danneggiato». Tullio De Mauro in una nota introduttiva a “Costituzione della Repubblica Italiana (1947)” (edito da UTET nel 2006 e ristampato nel 2011) mette in evidenza come il regime fascista avesse ovviato al problema dell’analfabetismo, e cioè eliminando dai censimenti ogni domanda sul saper leggere e scrivere, lasciando in eredità alla Repubblica Italiana un quadro sconfortante. Questo dato è punto di partenza per raggiungere la premessa appena fatta attorno alla vicenda Wikipedia – internet per una cancellazione di una memoria della collettività perché in risposta, al decreto sulle intercettazioni, Wikipedia proponeva l’articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, ossia «Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore». Il diritto a godere dei benefici scientifici (nel caso specifico, internet), riportato dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, si innesta in quello spazio, ultimo, di informazione libera che ancora si muove in Italia e che, minacciato da un sistema anticostituzionale (ART. 9. – La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica – [che in questo caso sono a rischio estinzione] – Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione [Tav, il famigerato ponte sullo stretto, i crolli di Pompei. La miglior tutela]; e ancora, Parte II Art. 13. – La libertà personale è inviolabile. ART. 21. – Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure) è severamente messo in causa da un potere che, preso controllo dell’informazione cartacea e televisiva (che secondo uno studio condotto da Ruben Durante e Brian Knight della Brown University sulla presenza dei politici italiani nei Tg di Rai e Mediaset condotto dal gennaio 2001 al settembre 2007, abbiamo che «in un regime di sostanziale duopolio, i canali Mediaset sono controllati dall’uomo politico Berlusconi; il controllo del Tg1 si allinea con qualche ritardo al colore politico della maggioranza di governo» [Riccardo Puglisi, Il Tg al tempo di Berlusconi, http://www.lavoce.info], dimostrando come il controllo politico dei mezzi di comunicazione occupi un ruolo importantissimo nell’indirizzare la posizione ideologica dei cittadini stabilendo, in pratica, una sorta di voto col telecomando. In uno studio del 2009, invece, i Tg Rai dedicavano uno spazio pari al 29,57% al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per un totale del 62,52% alle forze della maggioranza. Tutto ciò risponde a quei caratteri che il sociologo Merton definì con tre semplici e realistiche parole: Monopolizzazione, Incanalamento, Integrazione) punta, a suon di slogan “Va tutto bene”, a concimare la rete atrofizzandole gli arti, con un decreto che pone, dunque, chiunque nella condizione aprioristica di chiedere chiusure di liberi spazi d’informazione o, peggio ancora, sostituire la memoria storica di questa nostra società con la propria interessata versione del contesto socio-politico italiano e, dunque, ancora una volta il libero spazio per i “Va tutto bene” che molto probabilmente andrebbero – o potrebbero, quelle parole e chissà quante altre – a sostituire pagine e pagine di dichiarazioni reali, perché partecipate, di cittadini coinvolti nell’interesse dello sviluppo umano di questo nostro Paese. E, tornando al precedente richiamo al De Mauro, è necessaria una postilla di Walter Benjamin per cui «Il fascismo cerca di organizzare le recenti masse proletarizzate senza però intaccare i rapporti di proprietà la cui eliminazione esse perseguono. Il fascismo vede la propria salvezza nel consentire alle masse di esprimersi (non di vedere riconosciuti i propri diritti). Le masse hanno un diritto a un cambiamento dei rapporti di proprietà; il fascismo cerca di fornire loro una espressione nella conservazione degli stessi. Il fascismo tende conseguentemente a un’estetizzazione della vita politica. Alla oppressione delle masse, che vengono schiacciate nel culto di un duce, corrisponde l’oppressione da parte di un’apparecchiatura, di cui esso si serve per la produzione di valori cultuali» (Benjamin, W., L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 2011, p. 36). Siamo in un regime di estetizzazione della vita politica in quanto potere di uno su tutti (che incarna in sé lo schema classico della comunicazione pubblicitaria), in un mix di liberismo (gioco economico degli agenti più intraprendenti) e concezione della “cosa” pubblica e politica pre-moderna, un’azione berlusconiana di matrice hobbesiana per cui il presidente-sovrano al di sopra delle leggi per nulla al mondo può essere giudicato, e il diritto, continuamente evocato da Berlusconi e adepti, di continuare a governare – anche di fronte all’evidente disagio-danno di una politica anticostituzionale perché pre-moderna e fondata sull’interesse personale (e non su pratiche di universalizzazione del diritto come concerne a Stati Democratici) – perché scelto dai cittadini attraverso il voto, sembra ricalcare le modalità politiche del sovrano che incarna la moltitudine e se ne fa persona unica, per cui le sue azioni sono quelle dei molti e, ancora come scritto da Hobbes, il sovrano tenderà sempre a favorire se stesso, per quanto esso possa essere giusto, perché nell’uomo le passioni sono più forti della ragione. La concezione pre-moderna della politica berlusconiana condensata sullo spazio di una campagna elettorale “tutto l’anno” fondata sullo show di veline e spettacolarizzazione del pathos, della sofferenza, del dolore di tragedie spicciole di mediocri storie quotidiane (l’onnipresente Maria De Filippi) scaturisce nella banalizzazione della quotidianità, nello svilimento, nel trascinare verso il basso la questione pubblica-morale verso un adeguamento allo standard televisivo che la comunicazione pubblicitaria trasla come vincente – e che si ripercuote come reale sulle vite basite dei telespettatori, offuscati dal decadimento culturale del Televisivo Bel Paese – e viene ormai meno il Wittgenstein per cui ogni mancanza di gusto è un attacco allo spirito, alla moralità che va a farsi fottere. Il Pensiero, quello che semina e coltiva e genera consapevolezza, dovrebbe essere un dovere oltre che un diritto, oggi portato a spasso sul bilico della cancellazione della nostra memoria quotidiana, per cui va sempre tutto bene. Spariamo sulla folla dei televisori delle nostre vite immaginate, prima che il mondo ci muoia addosso.

Francesco Aprile
2011-10-08

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