This must be the place. Il bambino è il padre dell’uomo

«Lo sai qual è il vero problema Rachel? Che passiamo senza farci troppo caso dall’età in cui si dice un giorno farò così, all’età in cui si dice è andata così…»


Lontana dall’essere maniacale serialità, la pellicola di Sorrentino, This must be the place, si scaraventa sugli occhi come uno spaccato fotografico, figlio di una sintesi emozionale, che si nutre nella distanza «Ecco cos’è la distanza, la prospettiva che il regista (l’artista) usa per scrivere i suoi film (e le opere). C’è un tempo dei vissuti, dove tutto accelera nel divenire dei giorni e c’è un dopo che distilla, lascia in trasparenza veder meglio la trama delle vite nell’ordito della Storia. Qui dovrebbe “abitare” il crescere dei popoli, il loro maturare la responsabilità e la presenza critica, il senso del controllo sulla Politica al riparo dalla retorica delle leadership, dall’affidamento a loro» (Mauro Marino). Questo è il posto, una lunga rincorsa verso ciò che si era dimenticato di nutrire, alimentare, è nella stasi che la fotografia ci presenta il conto, l’indeterminatezza lasciata a sostare, a farsi materia nell’inerzia che dell’immagine, delle cose della vita si snoda addosso, sulle nostre decisioni mai prese, mai affrontate, relegate al doppio fondo dell’anima che a zavorra si lega ai giorni che scorrono – «le cose sfuggono al dominio della coscienza in quanto sono inerti; è la loro inerzia che le salvaguarda e che conserva la loro autonomia» [Sartre, L’immaginazione. Idee per una teoria delle emozioni]. È un trolley che è un manifesto, uno spaccato distillato lungo una tesa sintesi visiva di questi nostri anni, di generazioni che disabilitate alla scelta sono affogate fermentate nell’attesa. Prima o poi, «nella vita devi scegliere un momento in cui non avere più paura» è uno dei passi che slega i polsi di un film che, curvo, ha l’andatura lenta della riflessione che matura e segna la crescita, la scelta, il cercare qualcosa da mirare in un futuro che è immagine ritmata sullo spartito soffuso dell’orizzonte. C’è un nodo stretto alla gola lungo tutta la pellicola, il suo svolgersi e manifestarsi, che traduce bene l’enfasi estatica delle immagini, delle storie, di una quotidianità vissuta nell’attesa che sedimentino sul filo conduttore del film, per intrecciarsi e farsi ribalta, farsi scelta e farsi esperienza per continuare a vivere mentre attorno il film scorre come una musica appena accennata, mai invadente, che colora la lucida dimensione delle inquadrature, che sono il risultato dilaniante dello stupore di chi si scopre ancora bambino per poi scegliere di non avere più paura. «Il mio cuore esulta al cospetto/dell’arcobaleno nascente:/come nel venire al mondo;/come nel sapersi uomo;/ […] Il Bambino e’ padre dell’Uomo/e siano i miei giorni/l’uno all’altro stretti/dal sentimento della natura» [William Wordsworth, L’arcobaleno]. Il Bambino è il padre dell’Uomo-Cheyenne di Sorrentino, condensato di una dimensione onirica, sognante, ancorata al dolore, alla sofferenza, un processo di lutto spalmato lungo gli istanti della vita, un gocciolar dolore, uno scorrere di titoli di coda che è capolinea di un duello senza fine.

Francesco Aprile
2011-10-25

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