Politica dei superuomini

Politica dei superuomini; anomalie partitiche e sociali del travisamento

«Ora i nostri stracci sono i più laceri, / il nostro jazz il più triste, i
nostri poveri i più poveri / che si possano portare al mercato delle
pulci dell’anima. / Ora che tutto è perduto e c’è soltanto il nulla / da
perdere… “Viva il coraggio / e il dolore e l’innocenza dei poveri!” /
La vera bandiera è a brandelli. / Cominciamo a sventolarla»

Jack Hirschmann

L’estetismo attivo dannunziano, le dittature massificate. Anomalie partitiche, perdita della connotazione storico-sociale. I superuomini per ogni situazione; il berlusconismo, i nuovi aspiranti premier, la specularità del dipietrismo, i rottamatori. I problem solving italiani.

È il vuoto cronico, oggi, il motore italiano che, disabilitato dalle anomalie storiche del processo evolutivo del paese, s’inceppa e non riprende, s’arresta e monta, gonfia, nei problemi delle ridondanze speculative economiche di ieri. C’è uno strascico teorico-pratico nella mentalità italiana, una stratificazione del non pensiero che nel travisare, deviare, s’accosta alle dinamiche dell’agire quotidiano e raramente se ne allontana. Un principio mai domo che, dall’epoca del crepuscolo degli idoli, nel vuoto valoriale della decadenza delle grandi ideologie, s’è fatto trasformista nell’adattamento della banderuola, del girare e occupare posizioni diverse nell’ottica del bisogno. L’estetica dannunziana dell’eroe, del machismo frammisto all’arte, del superuomo estrapolato in contorta maniera dal senso nietzscheano del porsi e del porre, i propri valori, in continuo cambiamento, lontani dall’inerzia delle cose, nel pieno accordo col mutamento, col cambiamento ch’è nel divenire della vita. Così, la violenza estetizzante, il dominare della volontà dannunziana come un primato si pone nella condizione per cui rabbia attiva e azione distorta si radicano, cementificano radici, estetizzano il culto dell’individuo che guida assoggettando le masse. D’Annunzio. Il ventennio fascista. L’estetica nella comunicazione del Duce che si rende gesto e, pur non entrando nel profondo, e pur non plasmando, ma circuitando l’uomo col sistema della costrizione, resiste e si propone e ripropone. È nella trasposizione, nella traslazione del pensiero estetico-rampante del politico delle grandi strutturazioni partitiche, ora defunte, che si pone il gioco della conservazione delle anomalie. Nella sinistra che si svuota di politiche sociali, s’allontana dal cittadino e di riflesso s’è fatta matrice di un pensiero unico, quello di una lingua estetizzante massificata che si pone nel continuo spostare il raggio d’azione, fino all’allontanamento definitivo, di quell’oggetto della discussione politica (il paese e i cittadini che fanno il paese), per cui i cittadini, ormai corpo estraneo alle dinamiche dello Stato, dissolvono in parte l’esistenza nel ‘flusso del molteplice’ e si modellano all’esempio politico di una legittimazione della violenza, intolleranza e progressivo allontanamento dalle dinamiche sociali – quelle che, invece, dovrebbero esser proprie del cittadino e del quotidiano vivere – alla maniera in cui la politica, tutta, s’è da tempo radicata in quella direzione, alla maniera in cui la sinistra italiana sorvola e dimentica la sua connotazione storica per abbracciare il gioco politico del berlusconismo dell’ultimo ventennio rendendosene speculare, distorto specchio in collisione. È nella pervasività di questo messaggio che la politica contemporanea si delinea. È nella reminiscenza, in questo ultimo strascico, dei primi del ‘900, che la struttura sociale italiana continua, invece, a confrontarsi e strutturarsi su quelle divisioni partitiche defunte (persistente blocco destra-sinistra come comunismofascismo e associazionismo radicato e ramificato su territorio nazionale legato, proprio, a queste divisioni), a differenza della frammentazione che il gioco di potere introduce e custodisce nell’ambito della dimensione politica italiana, dispersa nella girandola delle poltrone. Ma è nel primato schopenhaueriano, anziché nel cambiamento nietzscheano, della volontà sulla conoscenza, per cui proprietà (nel caso specifico la poltrona alla quale restare attaccati, anche quando si va a fondo; e, nei casi estremi, una presunta proprietà sull’Italia intera) altro non è che estensione della volontà e potere illimitato, come sul proprio corpo, del soggetto sulla ‘proprietà’ che il politico costituisce il delirio del proprio potere, per cui per via del ‘lavoro’ compiuto, e che lo ha portato a raggiungere quella posizione, è legittimata la sua persistenza nel sistema parassitario italiano. È nella deprivazione sociale della conoscenza, nel suo declassamento, che attecchiscono i semi del tutto è legittimo nel substrato del cittadino e di cui il berlusconismo in decadenza rappresenta l’apoteosi, in fase di sfaldamento, di un sistema arrogante che, destrutturato dalla crisi, contribuisce allo sbandamento sociale in quotidiani soprusi e violenze.

Francesco Aprile
2011-11-11

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