La domenica delle rose

Rose. È un refrain che si tende nella calca mediatica di questi giorni salentini, da quando, pochi giorni fa in quei primissimi scampoli di novembre, il venditore di rose bengalese Ilias Miah è stato picchiato a sangue nella zona di piazzetta Carducci, l’area dell’ex Convitto Palmieri. Così, rose, è un refrain che balbetta in questi giorni di nuovi muri, ferrose alzate di lontananze, cancelli e messa in sicurezza. A far da controcoro s’è registrata l’azione del flash mob antirazzismo del 13 novembre, a Lecce in piazza S. Oronzo, dove un ragazzo, fintosi venditore di rose è stato protagonista della messa in scena in cui, con un altro dei ragazzi coinvolti nell’azione di protesta, è arrivato a ‘picchiarsi’ mentre vendeva le sue rose. Fra lo stupore immobile dei passanti, che ignari e stupiti ignoravano – come quella sera al Convitto Palmieri in cui muri e lontananze si sono alzati per davvero – sono entrati in ‘gioco’ gli altri protagonisti che armati di rose hanno ‘preso’ la piazza in un coinvolgimento volto a scardinare luoghi comuni e troppo frettolose dichiarazioni che s’annidano fra le strade cittadine, dove troppe volte il monito ed il richiamo alla sensibilizzazione sono pratica tardiva da post-evento traumatico e mai si fanno consuetudine, e di rado si fanno coltivazione di semi che non siano odio e discriminazione. Così, la domenica delle rose ha spezzato l’ignara patina di una cittadina che raramente s’interroga sulle cause e, specchio dell’Italia, si getta sugli eventi a caccia di conclusioni e soluzioni ottocentesche e temporanee, che mal si legano allo sventolare bandiere ideologiche – di volta in volta, nell’occasione, politiche – come Lecce capitale della cultura, che se di cultura bisogna discutere i muri bisogna abbattere. E se Walt Whitman scriveva «Togliete le serrature alle porte! Sollevate anzi le porte stesse dai cardini» l’episodio, increscioso, capitato a Ilias Miah, pone Lecce nella condizione d’interrogarsi – nella speranza che non debbano esser sempre gli effetti eclatanti a generare discussione, ma, anzi, logiche comuni e quotidiane – sulla necessità e legittimità se il trincerare la città sulla falsariga di una recinzione d’intenti mentali, più che materiali, sia la chiave di volta di un problema radicato, forse, nell’assenza di quotidiane pratiche d’inclusione sociale e apertura all’altro che, invece, i ragazzi del flash mob hanno posto in evidenza, ridando dignità ad un spazio pubblico affossato, proprio, nella non apertura del pubblico all’altro.

F.  A.
2011-11-15

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: