Rue Rolìn, poetiche lo-fi dall’incavo urbano di Parigi

Rue Rolìn, narrazioni telefoniche di Teresa Lutri.

«Ho camminato scalza sui vetri, perché sola sorrido. Ho amato moltitudini. Perché amo la morte. Perché rischiara e fa ombra su tutti, allo stesso modo. Perché amo gli anziani. Stanno per lasciare la torre. Perché amo i bambini. Perché non sanno che man mano perderanno la saggezza. Perché amo gli animali. Perché sono maestri, ognuno in qualcosa. Perché amo le piante. Perché vivono in cicli silenziosi. Perché amo mia madre. Perché m’ha uccisa al mondo, m’ha lanciata nel vuoto e lì sono nata. Perché amo mio padre. M’ha insegnato che nulla su cui mi appoggio è stabile. Perché amo mio fratello. Perché è un girasole che mai ha abbandonato la luce. Perché amo tutte le cose. Perché non m’appartengono. Perché amo l’arte di strada. Perché appartiene prima ai bambini e poi all’artista. Perché amo il mare. Perché dopo questa vita, sarò come lui»Teresa Lutri, Come il mare, Parigi, 27 ottobre 2011

Sabato 26 novembre, Fondo Verri, Lecce – via Santa Maria del paradiso. Ore 20:30
Ci sono parole che non hanno nulla addosso, se non il silenzio, dove, fra pause e pause, scorrono, e nella distanza metrica dei rumori urbani s’inebriano. Ci sono parole che hanno frequenze basse. Tipiche di quelle lasciate a slogarsi l’anima nel doppio fondo di una vita, nell’incontro di una calma aleatoria che spreme via i fumi delle auto attorno, ne addensa i rumori per liberarli nel respiro che accoglie. Rue Rolìn è una strada. Una stanza a cielo aperto e muri di parole. Una cadenza metrica che ha il passo di un bambino. Sono racconti audio. Narrazioni poetiche telefoniche. Registrate nell’incavo urbano di Parigi. Sono esplosioni momentanee. A bassa fedeltà sonora. Una registrazione lo-fi poetica – dove il respiro e l’atto poietico sono produzione e forza e anima del lavoro -, memorizzata nell’attimo in cui un cellulare s’accende e monitora il verso, la scansione, ne conserva memoria. Rec. È l’attimo in cui gli occhi s’alzano al cielo e s’aprono al passare della gente, all’esplosione degli umori che il fragore urbano accompagna. Dentro. Un attimo in ascolto. Fuori. Il mondo urla ancora. Il silenzio delle distanze che i versi colmano.
Francesco Aprile
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