Rue Rolìn, il pentagramma narrativo di Teresa Lutri

Sabato 26 novembre, a Lecce presso il Fondo Verri, la scena era quella di un ascolto intimo, destinato alla percezione singola, del rapporto diretto, ascoltatore – pezzo ascoltato. Rue Rolìn, il nome della serata. Audio racconti registrati a Parigi da Teresa Lutri con l’ausilio di un cellulare e dei soli rumori-umori urbani. L’ascolto è intimo. Destinato alla bassa fedeltà delle nostre frequenze che dall’incontro, oggi, vengono dirottate verso indifferenze, incomprensioni, nervi scoperti, individualismi, sempre forti fortissimi a Sud, arrivismi e atteggiamenti volti al primeggiare ad ogni costo, alla sistematica soppressione dell’alterità in virtù di una legge, quella del più forte, che molte volte premia soltanto i meschini e pronti a tutto. Ma, c’è l’abbraccio inconsolabile della desolazione sociale contemporanea. C’è una sintassi poietica che nella narrativa esplode e compone le trame della svestizione per restare, veri, l’uno nelle mani dell’altro. È nell’incontro degli sguardi l’accensione di un meccanismo di fratellanza che abbraccia le differenze per farne trama unica di uno spartito su cui suonare tutti, e insieme, le note della vita. Così nelle parole di Francesco Saverio Dòdaro, che hanno chiuso la serata, c’è un ripercorrere e contornare, rimarcare, la presenza di segno umano-letterario di Teresa Lutri, che nel panorama europeo, afferma Dòdaro, si pone sulla posizione, oggi, forse, difficile da rintracciare altrove, per cui è la costante ricerca della consanguineità che nell’altro – sconosciuto  e lontano – è nell’incontro letterario dell’esperienza vissuta e trasposta lungo un percorso di ricerca e costanza di sintesi vitale e che nell’altrove bretoniano si realizza come fratellanza. È nel seme voltairiano che Dòdaro annoda la pulsione tematica dell’incedere contemporaneo di Teresa Lutri inquadrandone testi voce e percorso nell’oggi che vuole rispondere alla desertificazione umana che il disagio sociale odierno pone in essere.
Francesco Aprile
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