Riduzione indennità_ gli abiti stretti della politica italiana


da Il Paese Nuovo, 2011-12-15

«Dove la prendi… – Che cosa?, La musica» chiedeva Max Tooney, il trombettista del Virginian, al pianista Novecento, nel film che Bernardo Bertolucci trasse dal monologo di Alessandro Baricco, Novecento, appunto. Baricco scriveva, per bocca di Tooney, che Novecento «Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso». C’è un passo, un momento, nel film di Bertolucci, che porta in scena questo spaccato, queste parole di Tooney, estrapolandole dall’immaginario che è sospeso in quelle parole di Baricco. E c’è
questa scena. È un po’ come alzare gli occhi al cielo, poi, ritornare a terra, guardarsi attorno e vedere che, in realtà, è un po’ tutto così in questa Italia di fine 2011. C’è questo momento nel film di Bertolucci in cui Novecento osserva un passeggero, tutto agghindato a festa in uno smoking, e lui lo osserva e lo trasforma in musica. Lo osserva e lo descrive con le note e, poi, anche con le parole al suo amico Tooney che ascolta estasiato. Riesce a leggere la gente. E questo passeggero, che agli occhi di tutti era un passeggero di prima classe, viene messo a nudo dalle note di Novecento che, in quello smoking, evidentemente stretto, ravvisa un passeggero di terza classe in una pelle – smoking – non sua, a disagio nel frastuono di luci e lusso della prima classe, a disagio in quella pelle stretta, in quel camminare stranito, in quel non saper dove e come andare, dice, lui vedrà l’America. E la vide l’America. Ma qui non si tratta più di America, di alzare gli occhi al cielo ed essere straniti da immensità, vastità d’orizzonte. C’è una classe dirigente in Italia che è un po’ così, come quel passeggero, cacciatosi a forza in un abito non suo, lui, dirà Novecento, in cerca di un’avventura, loro, lo dicono i fatti, in cerca di privilegi. Hanno un abito stretto. È quello delle parole che dicono, anche. È quello delle parole che non pesano e non pensano e ritornano addosso. È l’abito buono, quello che prima era buono nell’opposizione, farsesca, verso Berlusconi e che oggi è buono, da entrambe le parti, per proteggersi ed alzare il tiro per nuove polemiche, questa volta contro i cittadini e il nuovo governo. L’accanimento mediatico è la lezione berlusconiana del capovolgimento strategico della situazione, del rivolgimento linguistico, della rideterminazione delle coscienze. Oggi è strumento politico di una classe, tutta, che mal sopporta di perdere qualcosa arraffata in fretta, prima della fine di una macchina incrostata che mal
si adatta al cambiamento. Eugenio Mazzarella, Pd, chiedendo la riduzione del numero dei parlamentari chiede anche che «vengano pagati almeno quanto un dirigente dello Stato di primo livello. Oggi sono pagati come dirigenti di secondo livello», ma l’articolo 69 della Costituzione, che prevede indennità per i politici, parlava ad una politica diversa, di una politica non come strumento d’arrivismo sociale, come molti la vivono oggi, ma di equità, di diritti, quindi, pari per tutti senza distinzioni di classi e reddito e non come strumento d’arricchimento. Dal Pdl, che non dimentica la lezione di Berlusconi, si continuano ad alzare i toni, a montare la polemica, a spostare l’attenzione, si corre sul filo del vittimismo. C’è chi, come Crosetto, afferma che in questo modo la classe politica verrebbe uccisa moralmente e fisicamente. Della Vedova, invece, parla di «clima da Rivoluzione francese», da ghigliottina, insomma, e su questa strada è seguito da Francesco Giro che parla come di un imminente taglio della testa. Poi, c’è chi cavalca l’onda caldeggiando tagli in vista di consensi in crescita. Dalla Lega, invece, segnali sconfortanti offerti da Stiffoni secondo cui, così, si va incontro ad una classe dirigente di sciattoni, per cui è necessario conservare un certo decoro. Ma c’è un decoro che si è perso quando si è deciso di camminare con abiti che non sono i propri, di non alzare mai gli occhi al cielo, ma di tenerli piantati sull’interesse personale, che diventa più grande di un paese sull’orlo del fallimento e al quale non basterà alzare lo sguardo, mirare la vastità dell’orizzonte e gridare America, come il passeggero del Virginian che pulsa nella scena di Bertolucci. Il sociologo canadese Marshall McLuhan individua nel medium della scrittura un primo distacco dall’altro. È nel parassitismo della politica italiana contemporanea che il distacco, l’allucinazione, l’arroccamento dietro gli averi e l’accumulo sconsiderato – filtrato attraverso i media contemporanei in virtù di una divisione strutturale dell’umana “materia” in quanto esistenza bombardata – che la simbiosi di chi non vive nel proprio abito si realizza, e si dimentica del vicino, e ci si dimentica di ciò che attorno preme. C’è un decoro che si è perso quando si è deciso di vestirsi con abiti dirigenziali che non sono i propri, che si è perso quando si è mandata al diavolo una responsabilità comune e si è deciso che esser grandi è non stupirsi più e non vedere oltre e urlare per qualcosa, per un’America che non è America in una scena che non sia un film. Lui, diceva Novecento, vedrà l’America. Noi, vedremo mai dell’altro in questo Parlamento?

Francesco Aprile
2011-12-12

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