Come fece come non fece la favola e l’archetipo

Lo spazio in cui la parola cresce, monta, diventa un sentiero alberato d’immagini lontane, è quello di un linguaggio atipico perché fuori dall’abitudinario mondo frenetico, schematico, della comunicazione scritta che, stanca, s’allontana dall’uomo e rifugia negli angoli angusti della burocrazia. Oggi che il mondo s’alimenta d’immagini e il nostro inconscio, su posizioni lacaniane e prima freudiane, si struttura come linguaggio, d’immagini come residui sfocati, lontani, le assorbe indiscriminatamente, spesso senza la consapevolezza conscia, al punto che l’uomo-utente riceve il flusso comunicativo come una folata di vento che gli si scontra sulla pelle perforandolo, fermandovisi dentro, all’ascolto nell’ascolto. Oggi che il contenuto mnestico è travalicato da uno sradicamento concettuale, una dittatura delle immagini (per un loro rivolgimento comunicativo) per la costruzione dell’uomo-prodotto, disabitua l’individuo alla lettura, sembra importante concentrare la propria attenzione su di un recupero immaginativo tale che l’immagine non sia disabitudine volta a fini strumentali, bensì allo stimolo-crescita di una strutturazione psichica ancora capace d’allattarsi al mondo e stupirsi di esso con esso. In un contesto tale tesse la sua storia nella storia “Come fece come non fece”, un volume edito da Kurumuny a firma di Luigi Chiriatti ed Egidio Marullo (le cui illustrazioni accompagnano le pagine da sfogliare come una sorta di metastoria nella quale scendere e scorrere i propri passi) con prefazione di Antonio Errico che scrive «Ma avemmo lo sbalordimento di questa sonagliera di parole, di questo universo compreso tra dimensione archetipica e invenzione, di queste sonorità e ritmi preesistenti all’espressione, di questa stratificazione di sensi, multiformi fantasie. […] Avemmo queste favole, una volta, questo trattenimiento de li peccerille, e tutto quel poco che abbiamo imparato dopo da queste favole proviene e a queste ritorna». Le favole presenti nel volume provengono da un lavoro di ricerca più ampio e dettagliato, raccolte dalla voce diretta dei contadini, in dialetto, e riadattate al flusso della parola di oggi, senza tradirne l’origine, s’adagiano sullo smarrimento contemporaneo, costituendo un blocco mnestico che si articola nel plesso di una struttura sottostante inconscia straussiana, a-temporale, che concreta l’esperienza di un vissuto umano, emozionale e relazionale, comunicativo di stampo archetipo come espresso da Antonio Errico nell’introduzione alla raccolta.

Francesco Aprile
2012-03-03

Da Il Paese Nuovo, 2012-03-06
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