Sophie Raimbault//il n’y a pas de titre

Peut-être. Può essere che a capire una città, un luogo, ci voglia tempo, come diceva il poeta-paesologo Franco Arminio, lo scorso 26 maggio presso il Fondo Verri di Lecce, quel tempo necessario per entrare in un luogo e sentirlo respirare dentro, insieme al proprio respiro. Le strade del centro storico sono strette, ma sembrano dilatarsi nella luce soffocante come fossero ombre di De Chirico. I colori sono quelli di una vita, quelli delle pietre e dei venditori che affollano il corso più dei turisti assiepati ad immortalare l’impossibile. Nel mezzo, Sophie Raimbault che dalla Francia, dice, era venuta in Italia, a Lecce, lo scorso anno per sei mesi presso l’Accademia di Belle Arti, ed ora è qui, di nuovo, fra queste strade ammonticchiate l’una sull’altra che si strofinano l’anima fra loro e tutte quelle esistenze di passaggio. Vende quadri, disegni, serigrafie, con un banchetto barcollante ed una scritta su un pezzo di cartone grezzo che recita “Arte Libera…forse”, perché, dice, “Cosa c’è di libero?”. Nelle parole connotate da un italiano incerto, ma sincero, mostra, contratto, il respiro della tradizione filosofica francese, si porta addosso tutto quell’incipit, pesante come un macigno, che Rousseau sprigiona nel suo “Contratto sociale”, che lei esprime tutto in quel “forse”, marchiato con un pennarello nero a ricordare le catene di un mondo sociale a misura di pochi; «L’uomo è nato libero e ovunque è in catene. Chi si crede padrone degli altri è nondimeno più schiavo di loro» (Rousseau). Parla piano, lei, respira e accoglie quello che ha attorno e, forse, ha capito lo spazio di questa città prima di noi stessi, prima di altri che certe strade da sempre le scorrono senza percorrerle mai veramente. Ha capito che l’incertezza del suo banchetto è una libertà che cerca di crescere e far crescere, che accoglie in sé le differenze e queste accolgono lei e le sue rappresentazioni. Ha forgiato i colori con il suo io che diventa un noi, capendo che non si può rappresentare il nulla. Ha capito che qui la luce è sempre troppa luce, e il buio è sempre troppo buio, senza rappresentazioni di sorta, che i contorni sono sempre troppo definiti e mai sfumati, che qui esiste un contrasto sempre troppo netto fra il mondo sotto i piedi e quello sopra le nostre teste, che la città respira a fatica perché è schiacciata da un cielo troppo pesante in quella condizione di infinità che si esprime, ancora, in quei contorni troppo netti, estenuanti. Ha capito che la città è definita, che è come un adesivo appiccicato sul cielo, e teme di cadere, di staccarsi e schiacciarsi al suolo. Ha trasfigurato il barocco, capendo che non si può rappresentare il nulla, ché quando ci si apre all’accumulo forsennato, al moltiplicarsi di facce l’una sull’altra, per esteriorizzare, portare lontano, fuori dal mondo e dalla dimensione umana, è proprio il soggetto che perde e si apre al nulla; come la Santa Croce di Carmelo Bene, fuori, tutto, e dentro il nulla per il dio che non c’è. Ha trasfigurato il barocco in una linearità semplice e netta, come i contrasti, i contorni, i confini precisi fra la città e il cielo. Ama l’arte di Antony Clavé e il tribalismo urbano di Jean-Michel Basquiat, ama la manipolazione timbrica delle stampe artigianali di Le Tampographe. A volte, per capire un luogo è necessaria una prospettiva esterna che arricchisce i nostri sguardi con l’ottica diversa di chi non è assuefatto a questi respiri smorzati. Ha un blog che non ha un titolo, il n’y a pas de titre a ce blog, e non riesce a capirlo: http://ilnyapasdetitreaceblog.blogspot.it/.

Francesco Aprile
2012-07-09
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