Natura e mutamento, dalla nona edizione di Cinema del Reale

La natura è suscettibile al concetto comportamentale che sviluppiamo in relazione ad esso. Se vediamo solo merce essa diventa inerte, ovvero idonea ad essere commerciata: anticipa i nostri scopi morendo.

(Norman Mommens, Spigolizzi, 1989)

 

1.

Lecce. Giovedì 2 agosto 2012. Comitive di turisti assiepano una manciata di strade di pietra. Sono le otto del mattino, l’aria è ancora fresca o almeno ne mantiene l’apparenza. Fra poco le pietre vomiteranno sudore, il sole le passerà da parte a parte come fa con gli occhi quando si aprono al risveglio, e scriverà una serie di umori strattonandole nella loro immobilità, iniziandole ogni volta alla vita.

Comitive di turisti affollano una manciata di strade di pietra, dove il tempo ne ha perfezionato la dimensione, ingozzandole, destinandole ad un lembo rarefatto dell’anima. Sembra quasi non ci sia equilibrio. Facce su facce si attorcigliano l’una sull’altra cercando d’apparire, come le facce della gente il sabato sera su queste stesse strade. Un ricordo vecchio di pochi giorni custodisce ancora nei miei occhi la sensazione di una pietra diversa; una pietra che ha saputo mescere il passato e il presente in un equilibrio importante perché denso di cose da ricercare, senza il peso di un affanno claustrofobico. A Specchia, la pietra di castello Risolo, tumefatta dal tempo senza che questo ne ingozzi l’esistenza con violenze immani, viveva, nei giorni del Festival di Cinema del Reale, fra due dimensioni diverse. Il sapore mitologico, arcaico, delle pietre e della luce dei colori di Norman Mommens e la multimedialità di un festival che sa come progettare la sua scansione, contribuendo ad un Sud come discorso di crescita capace di sostanziarsi nello scambio del reciproco accogliersi, più che nella vetrina politica della mondanità salentina.

2.

Lecce. Giovedì 2 agosto 2012. Il giorno si scalda e comitive di turisti s’ingozzano di sudore come conchiglie straripate dal mare, arroccati in strade antri di pietra mortificate dalla condizione commerciale che violenta il ventre caldo della vita. Giorni prima, a Specchia, le pietre di Norman Mommens accendevano una poetica che spostava la dimensione dell’uomo al centro di un canto antico, perforato da danze tribali e grandezze oceaniche che pervadono il nostro corpo, acuendone la percezione e il riconoscimento, eludendo la scansione temporale di un posto dove gli orari dei temporali si azzuffano con un cielo scaltro, alato, sempre troppo netto, sempre troppo scottato, in un pezzo di dimensione archetipa sostanziato, ancora, da persone nascoste dietro porte e finestre, incasellate in relazioni che dialogano fra loro con l’intensa voce del silenzio, che fa l’amore col mare nell’antro di una conchiglia.

 

Francesco Aprile
2012-08-04

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