Nel significare dei corpi. La poesia di Antonio Palumbo

«nel livido splendore delle rose / nel dono d’amore / nel lasciarsi amare / nel fare / nel frugare la carne / nel divorare nel nome il luminoso nominare / nel toccare nel far male / nel loro amore stare nel suo dolore […] nel finire di tornare / tra le dita germogliare nella corsa infinita / nell’allontanare franare / nel coprire le ferite»

(Antonio Palumbo, da L’immagine morente)

 

 

L’immagine morente è il titolo della raccolta poetica di Antonio Palumbo, attore-poeta nella compagnia Astragali Teatro. Il libro è edito da Aviapervia produzioni multimediali. A raccontare della poesia di Antonio Palumbo servirebbe forse uno spazio per i corpi, per il loro farsi e disfarsi, senza troppo conferire della parola, sulla parola. C’è una lettera, ci sono morfemi, un lungo solco di parole, c’è un’immagine, al di là della sezione della raccolta che titola la raccolta stessa, che si ripete, riflette, assilla. Bisognerebbe forse partire con parole altre e destinazioni dimentiche, mescolarsi all’assunto del perdersi. Bisognerebbe solcare, avere sempre in mente il punto, i punti, i raccordi, almeno uno da cui allontanarsi, perdersi, lasciarlo riaffiorare in destinazioni diverse, nel cercare. Così, come Bertolt Brecht ha solcato distanze scolpite in lui fra parole e mondo, il tragitto di una nave che «da quando il mio legno marcisce, le vele sono lacere / e le gomene, che a riva mi davano degli strappi, sono putride / anche il mio orizzonte è più smorto e più lontano» (B. Brecht), abbiamo un viaggio, una lunga catena di parole e lettere conservate lungo il percorso poetico di Antonio Palumbo, nell’immagine che lenta muore e si ripropone, lenta, ancora senza mediazioni, ma solo nel raccordo dei corpi, del corpo, del passaggio che dal corpo porta al mondo. Cosa può dire una lettera senza un corpo ad ascoltarla, pronunciarla, leggerla, scriverla. Cosa può dire una lettera. Come poter dire una lettera se poi dal rigo salta, s’è fatta corpo, ha destino nella carne, una carezza che di pelle s’infonde, corrode, nella pelle confonde. Ha materia la parola, la sua anima lacera che lercia nel discorso si confonde. C’è un percorso fatto di lontananze, di distanze, di qualcosa da smarrire per cui smarrirsi, nella poetica di Antonio Palumbo. Un percorso altro, che di luce vive, si nutre, che accoglie tutto il tormento, soltanto. Ha spessore la parola poetica di Antonio Palumbo, sa macinare sentieri scavati dai suoni, corpi incagliati, lontani, nell’altrove, sa come ritrovarli e scoprirli nel dissennato incedere poetico. Non cerca redenzione alcuna, nessuna via salvifica attraverso il verso, ma il verso si corrpompe nel mondo attraverso il corpo, si sporca, si brucia, s’anima, gettando fra le pagine una preminenza del vivere.

 

Francesco Aprile
da Il Paese Nuovo, 2012-12-02

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