Antonio L. Verri, il suono casual

La parola, il ritmo poetico che semina, scandisce la narrazione. Evoca immagini, le replica, torna a manipolarle, le espelle per sudorazione, è il corpo che gonfia, monta, screma, mescola, odora, scolora. La pratica poetica di Antonio Leonardo Verri si compone, fra gli altri, di elementi ciclici che tornano nelle diverse opere, amplificati. La pratica del silenzio, della condensazione sonora che calibra le immagini restituendole al quotidiano, dal quale attinge, secondo una forma diversa, oblunga, distratta, metafisica, allungata come ombre di De Chirico. Antonio Leonardo Verri, poeta, romanziere, editore, operatore culturale, ha delineato, per un certo periodo, la sua prassi poetica nella pratica dello scarto, materiale, tipografico, della pagina scritta, verbo-visiva, vicino alle sperimentazioni proprie della poesia verbo-visiva, appunto, in sintonia con quella «linea d’avanguardia salentina» (Verri A. L., Una stupenda generazione, in «Sud Puglia», dicembre 1988), a lui vicina per adesione concettuale e visione reale del fare poetico; basti ricordare le sperimentazioni di Francesco Saverio Dòdaro che Verri definiva come «“il grande vecchio” dell’analisi poetica e della proposta poetica» (Ivi) e con cui era solito dedicarsi alla ricerca meticolosa di scarti tipografici, manifesti o pezzi di questi, ecc.

Elementi riscontrabili in questa linea parallela dell’attività verriana sembrano porsi come vicini alla pratica poetica dell’autore, quasi a delineare un percorso difficile da disgiungere, sezionando un intreccio di componenti che dalla poesia verbo-visiva aprono alle contestualizzazioni degli ‘80, alla copy-art, alle subculture della techno-surrealtà. Nel 1993, ad esempio, prima della prematura morte dell’autore, questa linea parallela, verbo-visiva, aveva portato Verri a confrontarsi ulteriormente con la figura artistica di John Cage, dimensione verso la quale la sua scrittura aveva ormai virato, realizzando una serie di tavole per una mostra, una operazione culturale suggestionata e promossa assieme a Cosimo e Salvatore Colazzo. Nonostante la morte dell’autore, queste tavole furono raccolte, nel 1994, nel volume “Antonio Verri – il suono casual”, con saggi di Cosimo e Salvatore Colazzo. La corporeità della parola che ansima nella fissità del gesto rapito dall’immagine, snocciola la sequenza di interpretazioni che Verri realizza a partire dalla ricerca di Cage, il quale, come fosse una matrice, campeggia ciclicamente nelle operazioni verbo-visive del volumetto, ripetendosi, amplificandosi o quasi cancellandosi nel mulinare degli scarti che s’aprono al corpo della pagina come fossero suoni, rumori, scarti sonori della realtà circostante, elementi minimi, superflui, che non cedono alle architetture strutturali del sociale, inserendosi nella vita quotidiana come nel “silenzio” di Cage. Il suono che emerge dalle immagini di Verri, non dall’articolazione orchestrata che flette la creazione soggiogandola alla costruzione logico-sintattica dell’opera – che vorrebbe il risultato finale sottomesso all’idea – tende a connaturarsi all’atto creativo del compositore americano, avendo come unica matrice la spontaneità quotidiana dei riverberi esistenziali, metropolitani, elettronici, meccanici, senza la necessità della costruzione “armonica” del segno verbo-visivo, che risulta sì armonico, ma nella sua quotidianità. L’accumulo delle immagini s’inserisce nella linea verriana dell’accumulo delle parole, dei suoni, conformandosi a quella ricerca del Declaro come elencazione (mutuato dal Liber Declaris dell’abate Angelo Senisio, 1305-1386), spinto fino ai termini di una infinita rappresentazione del mondo.

Francesco Aprile
2013-01-21

Verri e Cage

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