Enzo Miglietta e la poesia visiva: Ortogrammi e recycling art

Enzo Miglietta nasce a Novoli nel 1928, e inizia il suo percorso secondo un tracciato di poesia lineare, ma è a partire dalla fine degli anni ’60, grazie all’incontro con la poesia verbo-visiva, che si apre alle nuove potenzialità della parola. Nel 1971 fonda a Novoli il Laboratorio di Poesia (LPN), dove, a partire dal 1980 con l’apertura della sezione Informazione e incontri darà vita ad una serie di mostre, inaugurate con l’esposizione di opere di Ugo Carrega a cui seguiranno, fra gli altri, Miccini, Accame, Pignotti, Caruso, Spatola, Lora Totino, Finotti, Xerra, Fontana, Minarelli, Giacomucci, Pasca, Rollo, Centro Gramma, Intergruppo siciliano, Mogul, MacLennan, La Galla, Liuzzi. Nel ’77 aderisce al Movimento di Arte Genetica fondato da Francesco Saverio Dòdaro.

Dagli anni ’70 – e per tutti gli anni ’80 – la ricerca verbo-visiva di Enzo Miglietta si concentra su quel concetto che bene è stato inquadrato da Arrigo Lora Totino con la definizione di Ortogrammi. Scritture minime, ripetitive, elementari o arrovellate, a volte in contrasto, spesso impercettibili, ma che nell’accostamento di questi elementi minimi, contigui, rimandano l’osservatore alla profondità del segno, alla sua spazialità che è nell’intreccio, appena descritto, di micro-forme scritturali che si realizza e sfocia, ad una seconda e più attenta osservazione, nell’interiorità del segno, nella gestualità che nel ripetersi degli elementi, contigui, minimi, concettualizza una rispettosa osservanza della pratica scritturale preceduta dall’approccio umano che in esse si replica, attingendo dalle essenzialità del quotidiano. Elementi di scrittura, minimi, micro, strutturati in una sorta di costruttivismo verbo-visivo, instaurano col lettore-osservatore un rapporto prospettico in cui le profondità del linguaggio si aprono via via che l’osservazione diventa più attenta, smantellando l’apparato della raffigurazione geometrica della parola nella sua riduzione all’essenzialità, legando una superficie costruttivista ad elementi minimi che sfociano in un riduzionismo teorico, e pratico, della parola poetica dell’autore.

Successivamente il processo poetico di Enzo Miglietta vira concentrandosi su quell’inflazione che il linguaggio subisce in un mondo globalizzato dove le parole sono pompate a forza dall’impatto pervasivo della società mediale, snaturandone la condizione; la ricerca dell’autore si focalizza sullo scarto che in un salto metaforico accosta il cibo – con la sua perdita di essenzialità e quotidianità dettata dall’impatto della sua stessa spazzatura, segnata dalla pratica dello scarto che scarnifica il cibo stesso – alla parola inflazionata, ridotta a corpo morto, pronto per esser scartato, così che Miglietta traccia la sua ricerca poetica nella condizione propria del recupero, del riciclo (della recycling art) che cuce rapporti poetici ridando vita, tessendo trame che innestano nuove essenzialità quotidiane a parole ed oggetti che vagano alla deriva del contemporaneo, svuotandosi, perdendosi, sottomessi all’uniformità di una concatenazione linguistica come veicolazione di potere coercitivo, pressante.

Francesco Aprile
2013-02-01

e miglietta20130205-5

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