Franco Vaccari. Opere 1966 – 2003

«Non è quindi un caso se la dimensione visiva che è più congeniale a quest’ultima è una superficie dove, in un’estasi ipermanierista, viene esibito tutto il repertorio delle ottiche storiche. L’effetto è quello di un decorativismo più rozzo che barbarico: un’estetica da “ultima raffica di Salò”. Ma questo fenomeno, che potrebbe essere visto come un momento di liberazione, di sintonia con la situazione caotica e frenetica di oggi, dove manca ogni proiezione sul futuro diversa dalla catastrofe o dal deterioramento senza fine, si è mutato nel suo opposto; imbrigliato e gestito da un nuovo tipo di mafia internazionale è stato trasformato in un titolo quotato in borsa»

(Franco Vaccari, Sulla razione di espressione personale, in Ghen Res Extensa Ligu. Giornale del Movimento di Arte Genetica, dicembre 1982)

vaccari1Per il ciclo di viedoproiezioni “Wild Thinkers” arriva a Lecce, martedì 12 febbraio 2013 alle ore 19:30, presso l’Ammirato Culture House, in collaborazione con Damage Good, la raccolta video di Franco Vaccari intitolata “Franco Vaccari. Opere 1966 – 2003”. Nove cortometraggi e la possibilità di entrare nella produzione dell’artista, fotografo, poeta sperimentale – verbo-visivo, vicino alla sensibilità di Adriano Spatola e le sue Edizioni Geiger, alla sensibilità di Emilio Isgrò e alle avanguardie del periodo. La ricerca di Franco Vaccari s’innesta nel solco dell’arte relazionale tracciando una linea di demarcazione fra gli happening e lo spazio artistico, di natura strutturale, al punto che lo spazio e, poi, l’opera, diventano luogo di relazioni, di scambio, punto a partire dal quale è il processo innestato dall’artista che muove e genera, generandosi, nella relazione. Da sempre attento e attivo su di un versante artistico impegnato, che indaga le relazioni dell’opera d’arte col mondo mass-mediale e attraverso questo s’interroga sulla strutturazione contemporanea dell’opera, ponendo l’attenzione sul ricevente e non esclusivamente sul segno e la sua realizzazione, come afferma nel saggio “Duchamp e l’occultamento del lavoro” contenuto in “Arte e pratica politica” Edizioni Tra – Parma 1978, dove scrive che «Si è sempre concentrato l’interesse sul momento della produzione del segno ignorando completamente il processo di legittimazione dell’attenzione prestata al segno. In un momento come questo dove il nostro tempo privato viene occupato e colonizzato a forza da una massa di segni in cerca d’ascolto che in tutti i modi, anche per via subliminale, tentano di eludere la nostra sorveglianza, è assolutamente necessario spostare l’attenzione dal produttore al consumatore di segni». Attento, dunque, alla dimensione del segno ed alle sue relazioni con lo spazio e l’attore sociale, già nel 1966 dava spazio ad una dimensione embrionale della sua pratica artistica pubblicando il volume “Tracce” (Edizioni Sampietro, Bologna) col quale dava spazio ad una profonda ispezione dello spazio sociale scavato dai segni del graffitismo urbano. Nel 1968 pubblica nella collana “ATEST” delle Edizioni Geiger (di Adriano e Maurizio Spatola, Bologna), un volume di ricerca in cui indaga il linguaggio a lui contemporaneo attraverso le forme del non-sense identificate nella matrice prima dei test valutativi ribaltati con l’ironia ed un approccio performativo che tende a sovvertire, nel processo elaborativo dell’artista, la dimensione mcluhaniana fra media caldi e media freddi, opponendo al processo di lutto tecnico che il sociologo canadese individuava nella scrittura come separazione del gesto dal suono e dall’immagine, una riqualificazione, ironica, del quizzone scritto che veniva così a ritrovarsi in relazione con la ricerca visiva dell’autore in stretta connessione con strutturazioni interpretative proprie delle relazioni dei segni con gli attori sociali riceventi, ricostituendo una sorta di matrice psichica dell’opera nel solco di quel ridare «un volto ai segreti dell’inconscio» teorizzato da Eugenio Miccini nel 1964.

Francesco Aprile, in http://www.salentoinlinea.it
2013-02-11

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