La militanza poetica di Antonio Leonardo Verri

«Provincia è innanzitutto la risultante di numerosissimi e diversissimi elementi, più o meno scoperti, che in essa e da essa prendono forma; provincia è quel paese strano e disperato, attraversato da altrettanto strane, disperate e meravigliose energie. Provincia è anche l’oggetto di una violenza, di uno sfruttamento intellettuale perpetrato da chi ha interesse che sia così e solamente così: violenza e sfruttamento sulla cultura locale, che è mortificata e degradata da una sempre continua concentrazione di potere culturale. Tutto questo, ed anche qualcosa di più, è la provincia. Per noi salentini vi è una mortificazione in più: la rarefazione della nostra espressione, della nostra cultura, delle nostre idee. La nostra provincia è diversa. Siamo tutti ricercatori, esteti e letterati fin dalla nascita. Siamo tutti forensi ed ognuno di noi ha avuto almeno uno zio, un parente fra i componenti le Storie Patrie o le Patrie Lettere. Possibile che noi intellettuali, noi politici, noi economisti non riusciamo a vedere quel che ogni giorno di più diventa macroscopico, sempre più visibile? Perché continuiamo a proporre, a dar mano a teorie che ci lasciano e lasciano tutti nel vago? Tutti siamo tutti. D’accordo. Ma per arrivare dove? È molto facile di questi tempi dirci meridionalisti. Però molti tra di noi sono falsi meridionalisti. Il primo verbo della meridionalità dovrebbe essere l’umiltà, quello della salentinità (permettetemi il termine) dovrebbe essere solo questo: rimbocchiamoci le maniche… Abbiamo davanti una brutta gatta da pelare: la nostra provincia. La nostra provincia con tutte le sue cose sane ed autentiche (credetemi, ne sono rimaste) ma anche col suo corpus discontinuo, complesso. Il nostro compito è identificare, è essere chiari. Tutti noi, per dirla con Tommaso Fiore, “abbiamo una responsabilità storica precisa: non tradire” e operare»

Antonio L. Verri, in «Caffè Greco», maggio ‘77

2013 Anno Verriano. Così Mauro Marino sulle pagine de Il Paese Nuovo ha ribattezzato questo “nostro” nuovo anno. Anno Verriano. C’è una voce poetica che oggi necessita di voce, di toni, di colori, perché ne è densa, ha radice magmatica di terra tumultuosa, ma è silenzio che non si placa, come scriveva Rossano Astremo sul Paese Nuovo del 27 gennaio scorso, che l’oblio «sopraggiungerà imperioso qualora le sue parole scritte smetteranno di significare poiché rese mute dall’assenza di pubblico».  Fra le parole di questa assenza, di questi silenzi, fra le scoscese derive laviche, ora rocciose, scure, ora rosse dense, fuse, ricorre il ventennale dalla morte del poeta Antonio Leonardo Verri, ricorre un altro anno in cui sfrangare almeno in parte l’oblio che lento macera, ulra dolore. C’è una pratica letteraria, autorale, che è insieme poetica e intellettuale, di quella condizione intellettuale che appartiene ad una operatività culturale che è impegno ed espressione etica, rigorosa, d’approccio politico alle cose della vita. C’è un uomo che “fabbrica armonia” e fogli di poesia inscritti all’interno di una matrice che è tracciato serio, condizione controculturale che non è moda, ma è constatazione profonda del contesto storico e dalle esperienze precedenti attinge per muovere insieme impegno e pensiero. C’è il Fate fogli di poesia, poeti, ascrivibile al filone dell’impegno letterario del ciclostilato di Roberto Roversi. Il ciclostilato roversiano, la contestazione culturale che affonda le proprie radici nel sociale, squassato da quella ragione strumentale che imbriglia il fare quotidiano nella dimensione dello stratagemma, della manipolazione, nella negazione di un vivere propriamente umano. L’attacco ai sistemi della speculazione economica che è anche speculazione sociale, umana. L’operatività poetica di Verri è nelle trincee della quotidianità, asserragliata nell’incavo buio della lotta poetica come pratica di resistenza alla deriva sociale, s’inscrive nel dibattito delle controculture che in Italia procedono, dopo Roversi, in disparate forme e dimensioni, dai ciclostilati di Adriano Spatola e delle sue Edizioni Geiger, all’autoproduzione e ricerca sui supporti delle linee di ricerca degli anni ’70-’80, alla generazione musicale del “tape movement”, alla band dei Franti che rifiutò il copyright considerato come forma fascista e altro ancora. L’impegno di Verri è insieme poetico e storico, quindi civile, munge al Meridionalismo di Tommaso Fiore e nella ricerca pasoliniana sulle tradizioni, sulle culture contadine, affonda il suo percorso che è ad un tempo un cercare radici ed ad un altro tempo è momento di apertura al mondo maturabile soltanto attraverso la conoscenza di quanto stato, di quanto è, di quanto si è perso e mescolato, connaturandosi al quanto si può e si deve ancora cercare, racchiudibile nella frase «al mondo stiamo per cercare» (in La Cultura dei Tao) come consapevolezza e valenza di resistenza vitale.

Francesco Aprile, in Il Paese Nuovo, 2013-02-17
2013-02-15

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