Poliscritture. Rivista di ricerca e cultura critica // Antonio L. Verri

Poliscritture. Rivista di ricerca e cultura critica – febbraio 2014

Antonio L. Verri
di Francesco Aprile, Lecce, febbraio 2014

Antonio Leonardo Verri, nato nel 1949 a Caprarica di Lecce, autore postmoderno, riconducibile al filone dei Poeti Selvaggi, i Poeti maledetti salentini, assieme a  Salvatore Toma e Claudia Ruggeri. È stato autore, editore, operatore culturale, giornalista, artista visivo. Aderì al Movimento Genetico fondato nel 1976 da Francesco Saverio Dòdaro, la sua attività editoriale ha preceduto quella di autore. Nel 1977 crea “Caffè Greco” (1977 – 1981), dal 1982 al 1986 fonda e dirige “Pensionante de’ Saraceni”. Dal 1989 al 1992 l’impresa editoriale più folle; Verri si lanciò nella creazione di un “Quotidiano dei Poeti”. Doveva essere un’idea editoriale breve, quasi una dimostrazione di forza verso questo mondo che voleva fare della letteratura un business. Il profitto non era il fine della “creazione”, dell’ingegno. Partendo dal profondo Sud, il “Quotidiano dei Poeti”, uscito a cura del “Centro Culturale Pensionante de’ Saraceni”, fu distribuito per dodici giorni nel maggio del 1991 a: Milano, Bari, Perugia, Belluno, Matera, Napoli, Roma. A Cursi (Le) istituì il “Fondo internazionale contemporaneo Pensionante de’ Saraceni”, una biblioteca composta da oltre tremila volumi. Per non smentire la sua vocazione di operatore culturale, organizzò due edizioni di una mostra mercato di poesia a cui diede il nome di “Al banco di Caffè Greco”. Organizzò, inoltre,  due mostre: la prima su Joyce e Raymond Queneau, la seconda sul gioco dello Scrap (gioco di scrittura attraverso l’uso di scarti tipografici). Una semiautomatica per manifesti ha dato alla luce le sue prime opere, interamente stampate da sé. Rispettando il suo manifesto poetico, “Fate fogli di poesia, poeti, vendeteli per poche lire”, ha effettuato volantinaggio di poesie. Morì il nove maggio del 1993 in un incidente stradale.

In un Salento diradato, difficile, in un tempo non lontanissimo, anni ’70 e ’80, eppure profondamente diverso, in cui i contatti umani, nello sviluppo delle nuove proposte letterarie, apparivano legati a pochi, quasi eroici, poeti, la figura di Antonio Leonardo Verri si inscrive nel filone già avviato e abbastanza consolidato della tradizione salentina del fare rivista. Tale percorso annoverava al suo interno le esperienze legate all’Accademia Salentina, fondata a Lucugnano (Tricase, Le) da Girolamo Comi, dunque la rivista L’albero, sempre legata alla figura di Comi, l’esperienza Bodini-Macrì nella cura della terza pagina di Vedetta Mediterranea, il poeta Vittorio Pagano con Il Critone – e gli annessi Quaderni. Il fermento culturale era dunque segnato da queste iniziative, sconfinando anche nel campo della ricerca teatrale, si pensi a quanto legato alla figura della scrittrice Rina Durante, dunque il Canzoniere Grecanico Salentino e l’Oistros, con l’assidua frequentazione con l’Istituto di Storia del Teatro dell’allora Università degli Studi di Lecce, l’esperienza rivoluzionaria del teatro di Carmelo Bene, nume tutelare della prima opera poetica di Verri, oppure la pratica artistica nella scultura di Aldo Calò. Verri esordisce come editore, operatore culturale, all’interno di questo clima diradato eppure in fermento, e lo fa nel 1977 fondando la rivista Caffè Greco. Sempre in quegli anni, per tracciare le coordinate di un dato contesto, nascevano il Movimento di Arte Genetica ed il Centro 1.4.7.8. – il primo, fondato nel 1976, con sede a Lecce, Genova e Toronto e adesioni internazionali, dopo studi e ricerche ventennali, da Francesco Saverio Dòdaro e verso il quale lo stesso Verri sarà debitore; il secondo, nato per iniziativa dello stesso Dòdaro avrebbe poi accolto al suo interno incontri ed iniziative del Movimento di Arte Genetica, Gruppo Gramma, Centro ricerche estetiche Novoli, Oistros – mentre avevano già qualche anno le esperienze del Laboratorio di Poesia di Novoli (Novoli, Le, 1971) di Enzo Miglietta il quale dialogherà con alcuni degli esponenti di maggiore rilievo dei linguaggi di ricerca (Carrega, Miccini, Accame, Pignotti, Caruso, Spatola ecc), il Gruppo Gramma e la sua collaborazione, nel fare rivista, col centro Tèchne di Eugenio Miccini, le arti visive col Centro ricerche estetiche di Novoli (Sandro Greco e Corrado Lorenzo), la pittura di Edoardo De Candia. Questi anni di apprendistato poetico e al contempo editoriale saranno per Verri gli anni in cui andrà assimilando via via i vari stilemi che connoteranno la sua pratica poetica. Da un lato l’impegno editoriale, il fare rivista, saranno immersi nel tentativo di legittimare culturalmente una terra, avvicinando e sancendo, di fatto, l’adesione culturale di Antonio Verri al Meridionalismo di Tommaso e Vittore Fiore, dall’altro serbano già nelle origini la sfida al sistema sociale all’epoca in atto. Tale attività editoriale si contraddistingue, infatti, per la costanza e la tensione che la vedono in bilico fra il recupero, quindi la ricerca, delle tradizioni popolari e la pubblicazione di autori già tesi verso le nuove forme della pratica poetica, delineando, così, due elementi che resteranno sempre presenti e attivi anche all’interno della scrittura del poeta di Caprarica di Lecce. A partire da questi elementi è possibile considerare lo sforzo poetico di Verri come racchiuso all’interno di due problematiche importanti. La prima vede l’autore colto nello sforzo per il superamento dell’esperienza poetica di Vittorio Bodini. Verri sarà debitore di Bodini, e in forma del tutto postmoderna ne rappresenterà un superamento, partendo da alcuni suoi spunti, ricalcandolo, riuscirà a determinare una strada diversa per la poetica pugliese, nel senso più ampio, che si andava via via arroccando sulla proposta del poeta e traduttore Bodini. Quest’ultimo, infatti, legato all’esperienza del Surrealismo spagnolo (fu proprio lui a inscrivere tale poetica spagnola all’interno del filone surrealista) filtrava questo immaginario onirico e popolare attraverso la pienezza del suo descrivere, quasi cronachistico, la dimensione del Sud, in contrapposizione all’indeterminazione ermetica, salvandone però le soluzioni formali. Il dialogo Verri-Bodini ci appare in forma ancora più chiara e determinata nel passaggio dalla prima opera di Verri, Il Pane sotto la neve, alla seconda, Antonio Galateo. Il fabbricante di armonia. Se Bodini viveva un rapporto di amore-odio con la sua terra, al punto da scrivere «Qui non vorrei morire dove vivere / mi tocca, mio paese / così sgradito da doverti amare»[1], Verri delinea un suo personalissimo rapporto con il luogo d’origine che sfocerà in un amore teso, non verso il luogo, ma verso una serie di topoi appartenenti al Salento e capaci di figurarsi come sostanza poetica nell’immaginario del poeta; d’altro canto manifesterà un amore per un Salento di un tempo diverso, passato, in cui la nominazione tipica era ancora quella di Terra d’Otranto, e lo stesso Verri nei suoi interventi socio-politici chiederà spesso scusa per l’utilizzo della parola Salento o salentinità. Nel Fabbricante di Armonia, andrà incontro ad una finzione d’autore. Il protagonista che ritrova un antico manoscritto appartenente all’umanista Antonio Galateo, intreccerà sul piano della finzione la sua vita con quella del Galateo, scappando dal luogo d’origine, salvo poi tornarvici, in fuga dal mondo, ma in un tempo diverso, puntellato da un sapere greco e da invasioni turche, al largo di quella Otranto che Carmelo Bene considerava la “patria delle storie dimenticate”, perché a seguito del massacro degli 800 martiri non ci sarebbe più stato spazio per nessun’altra storia. La finzione d’autore porterà il poeta a proseguire lungo il tracciato degli esordi: ossia quello di una pratica che lo vede teso allo stesso tempo nella ricerca delle tradizioni popolari, ma continuamente proiettato lungo le problematiche dell’uso di sempre nuove forme letterarie. Da qui andrà sempre più connotando questa sua tensione verso una ricerca della tradizione popolare, come un tassello necessario, conoscere le proprie radici per aprirsi al futuro, facendosi mondo. I passaggi successivi mostrano come lo streben verriano, questo sforzo del rapportarsi col mondo, metta insieme in un dialogo comune tradizione popolare e avanguardismo letterario. Il Finnegans Wake di Joyce è dietro l’angolo con l’uso dirompente del plurilinguismo, la dissoluzione della trama e la smodata creazione del neologismo che lo vedrà confrontarsi, fra gli altri, con alcune delle esperienze maggiori della letteratura italiana del ‘900, come ad esempio il neologismo, le incursioni dialettali nell’italiano e la salvaguardia delle parole desuete in Vincenzo Consolo, o il continuo oscillare in una lingua magmatica, fra italiano colto e italiano popolare in Stefano D’Arrigo. Lungo la scrittura di Verri convergono, inoltre, aspetti determinati dalle esperienze della Beat Generation americana. È possibile suddividere la produzione letteraria di Verri in due tronconi in base al ritmo, sia poetico che narrativo, che fra l’altro si nutre del primo. Una prima parte della sua produzione letteraria risente in modo notevole del respiro jazzistico della beat generation, dunque una musicalità modulata su di un periodo che ha la cadenza di fraseggi ora stretti, brevi come sussulti, ora lunghi, dilatati lungo la pagina. In questa prima parte il linguaggio assume le coordinate di un magazzino. È qualcosa da catalogare, perché se per Vincenzo Consolo ogni parola aveva in sé una o più storie da raccontare, una vita, allora ciò appare in Verri riletto all’ombra dell’esperienza del Kerouac de I Sotterranei, dove il gergo nuovo del narratore beat esplode in una elencazione linguistica. Il periodo che intercorre tra Il Fabbricante di Armonia ed il successivo La Betissa, segna una transizione nella sua poetica. Verri aderiva al Movimento di Arte Genetica, fondato anni prima fra Francesco Saverio Dòdaro, il quale formulava l’arte come il linguaggio del lutto, per la separazione dalla madre, la conseguente perdita dell’unità originaria, e individuava la musicalità, insita in ogni linguaggio umano, nel battito materno ascoltato in età fetale. La Betissa si presenta come un grosso accumulo di ripetizioni sonore. Cambia il ritmo poetico e cambia il ritmo del periodo, della narrazione, ora articolata lungo una ricerca sonora archetipa, il battito materno. I successivi lavori saranno improntati sul silenzio, in particolar modo sul paradosso del silenzio in John Cage. Eppure resta viva l’adesione al Movimento di Arte Genetica, il silenzio che intercorre nelle pagine di Verri si pone a partire dalle pause fra battito e battito, e dai silenzi, nell’esperienza di Dòdaro, come segni di punteggiatura, filtrati attraverso la pratica musicale di John Cage. Quanto emerge da questa tensione è il culmine di una produzione letteraria ormai matura, quella che possiamo individuare con la definizione di trilogia finale (I trofei della città di Guisnes, Il naviglio innocente, Bucherer l’orologiaio). Il risultato di questa trilogia finale vede l’opera di Verri raccolta nell’amalgama indefinita di parole. Al lettore appaiono parole scomposte, parole in equilibrio, parole in eccesso. Un continuo farsi e rifarsi a personaggi e temi affrontati di libro in libro. Sulla scia della Recherche di Proust, dell’Ulisse di Joyce, e dell’intera opera di Jack Kerouc, il percorso di Verri si pone nell’ottica della narrazione mondo. Elementi che di libro in libro, ciclicamente, ritornano, amplificati, fino a sfociare in una narrazione indefinita, volutamente lasciata all’indeterminazione, scriverà Verri in Bucherer l’orologiaio, “al culmine del mescolare”, nel tentativo di realizzare il suo sogno, il Declaro (termine ripreso dal Liber Declaris medievale dell’abate Angelo Senisio), ovvero il libro di infinite parole che avrebbe dovuto racchiudere il mondo. A dire il vero Verri si lanciò, con l’aiuto del copy-artist e attore teatrale Mauro Marino (poi fondatore a Lecce del Fondo Verri, assieme all’attore Piero Rapanà), nella realizzazione di un libro enorme, un brogliaccio bullonato e cartonato, contenente una miriade di lavori da artisti e poeti da tutto il mondo, e che volle chiamare Declaro. In realtà la tensione del poeta a voler racchiudere il mondo in un libro, vera e propria ossessione, pare rintracciabile soprattutto nell’insieme delle sue opere letterarie, che sfociando con la trilogia finale in una narrazione indefinita ci riportano all’apparente impossibilità di definire il mondo, che in realtà viene colto proprio grazie a questa massa informe che le narrazioni finali rappresentano, restituendoci una realtà prospettica e frammentaria, impossibile da definire nella totalità ultima di una narrazione compiuta. Altro aspetto che caratterizza la trilogia finale è la costruzione nelle tre narrazioni, ed in modo particolare ne Il Naviglio innocente, di un immaginario, una nave che – come un fiume in piena trasporta al proprio interno lo strabordare dall’acqua – accoglie in sé tutti i linguaggi, gli oggetti, le parole del mondo. Una narrazione che si confronta ripetutamente coi beat elettronici, con le connessioni nell’etere di una scrittura-rete capace di porsi come un world wide web prima dell’esplosione di internet. L’avventura editoriale, invece, come già detto ha sempre posto davanti a sé una certa ritrosia all’adesione al sistema sociale. Profondamente influenzato dal ciclostilato roversiano – dunque dall’autoproduzione che muove contro il sistema tradizionale dell’editoria – riprende, ad esempio, l’esperienza di Roversi praticando volantinaggio poetico e scrivendo il suo manifesto letterario Fate fogli di poesie, poeti. Ha dato vita nel 1991 a quello che forse può essere considerato un unicum nella poesia italiana, il Quotidiano dei Poeti. Un quotidiano di sola poesia, da lui ideato e realizzato con l’aiuto di Francesco Saverio Dòdaro (che propose un giornale in formato A2 con modularità dattilo A4, portando, fra l’altro, sulle pagine di questa prima edizione del quotidiano, grossi nomi della ricerca verbo-visiva internazionale) e Maurizio Nocera. Doveva essere una iniziativa breve, volta a smuovere le acque stagnanti del mondo editoriale, indirizzata allo scardinamento dei poteri e interamente mossa dal basso attraverso una fitta rete di collaboratori disseminata per tutta l’Italia. Oltre ad aderire al Movimento di Arte Genetica, Verri instaura un importante sodalizio con Francesco Saverio Dòdaro, che lo stesso Verri definiva “il grande vecchio dell’analisi poetica”. Collaborando con Dòdaro, dà infatti alle stampe una serie di collane editoriali che rompono con la tradizionale concezione di libro. Ideate da Dòdaro, Verri entrerà in queste come editore e co-curatore, vedranno una radicale messa in discussione dell’oggetto-libro, del suo formato classico, rileggendone la diffusione ed i supporti, le modalità realizzative, proponendo Spagine. Scrittura Infinita (1991) una collana spaginata, idealmente contro i poteri forti dell’editoria, Compact Type. Nuova Narrativa (1990) romanzi brevi, in tre cartelle, Diapositive. Scritture per gli schermi (1990), scritture da proiettare, Mail Fiction (1991) romanzi su cartolina, da spedire, riprendendo le concezioni della mail art, attualizzandole ad una idea di narrativa breve che potesse tenere conto delle evoluzioni del linguaggio.

Profilo bibliografico

Pubblicazioni:

Il pane sotto la neve (1983)
riedito da Kurumuny nel 2003

Il fabbricante d’armonia (1985)
riedito da Kurumuny nel 2004

La cultura dei tao, maggio 1986

La Betissa (1987)
riedito da Kurumuny nel 2005

I trofei della città di Guisnes (1988)
riedito da Abramo Editore nel 2005

Il naviglio innocente (1990)

Bucherer l’orologiaio (1995)

Lettere e inediti, Comune di Caprarica di Lecce, 2009

 

Collane curate:

I quaderni del Pensionante (1983-1987)

Spagine. Scrittura Infinita (1991) (di Francesco Saverio Dòdaro; Antonio Verri editore e co-curatore)

Compact Type. Nuova Narrativa (1990) (di Francesco Saverio Dòdaro; Antonio Verri editore e co-curatore)

Diapositive. Scritture per gli schermi (1990) (di Francesco Saverio Dòdaro; Antonio Verri editore e co-curatore)

Mail Fiction (1991) (di Francesco Saverio Dòdaro; Antonio Verri editore e co-curatore)

Abitudini. Cartelle d’autore (1988-1990) (Con Maurizio Nocera)

I Mascheroni (1990-1992)

 


[1] Bodini V., La Luna dei Borboni, Galatina – Le, Besa 2006, p. 52

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