Quattro variazioni per lo stesso tema. Note sull’opera di Biagio De Simone

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Quattro variazioni per lo stesso tema.
di Francesco Aprile
2015-03-24

Quattro direttrici. Quattro movimenti pensanti, che agitandosi collidono ed emergono. Dall’uomo, dallo spazio, nello spazio. Con altro. Con l’altro. Incontrano. E cercano. Quattro direttrici. Quattro bastimenti d’amore. Quattro nodi e quattro tenaglie e quattro, ancora, movimenti pensanti tengono insieme l’opera. Ecco, qui ed ora si vuole presentare l’opera di Biagio De Simone a partire da quattro direttrici, quattro bastimenti d’umanità che sollecitano l’attenzione. E l’azione.

1. Il faut être absolument moderne. L’Addio di Rimbaud in Una stagione all’inferno. Ecco, bisogna essere moderni, ma qual è il moderno di Bagio De Simone? È un avamposto. Una spinta, laddove nell’opera non esiste l’adagio, ma la progressione, una tensione all’espansione che per non implodere, il corpo, esplode dal corpo sulla tela e da questa, ancora, cerca la fuga. È il corpo che si agita, la chiave della modernità di De Simone, non semplicemente alla maniera degli espressionisti astratti, ma nel locus del dialogo interdisciplinare e interumano è una fioritura dell’opera alla maniera in cui la natura fiorisce dal mondo, dalla terra. È l’eterna primavera del gesto. Armonico, che tesse legami oggettuali con la realtà esterna. Un segno che rinnova l’esperienza di un espressionismo mediterraneo (Marullo E., in utsanga, #3, marzo 2015) forte di secoli e attualizza l’esperienza decandiana, distaccandosene, per estremizzazione e amalgama desiderante, procede verso litorali differenti, graffiati dall’impeto dirompente del magma che coglie in un corpo unico l’autore e il mondo.

2. Biagio De Simone afferma di essere affascinato dalle esperienze cinematografiche, dall’immagine relazionata all’audio. È il mondo dell’immagine in movimento che torna nella sua opera tracciando quelle istanze che portano il segno di De Simone ad una espansione continua. “Voglio uscire” dirà più volte e l’opera che esce dal corpo si espande seguendo un percorso, dirà l’autore, che dal pensiero che si fa colore porta al colore che si fa arte. Ma è il mondo la materia dalla quale attingere, e da questa attinge.

3. È una poetica del prelievo l’opera di De Simone. Un campionamento di segni dell’uso comune, differenti per provenienza e stile. Non l’assemblages avanguardistico. Ora parole prelevate da chissà dove, dai tg televisivi o radiofonici, da libri, da giornali, e riportate in levatura di segno sullo spazio dell’opera. Ora dischi musicali, vinili, che diventano materia allo stesso modo del colore. Ora oggetti, i più disparati, recuperati dalla quotidianità, spesso destinati alla pattumiera, tornano nei prelievi dell’artista e si fanno tela, opera, colore. Ma non è la concezione del recycling art che si adagia come uno spettro, qui l’artista mostra viva la curiosità e la reciprocità fra se stesso ed ogni cosa del mondo. È ancora la sua modernità che lo porta al prelievo. Oggi il web è un prelievo costante, di dati, di aggregazioni di fenomeni, date, elementi, un feed continuo fra gli elementi. Non pratica il web l’autore, eppure c’è un googlism di fondo nella sua esperienza, che completamente libera da ecologismi vari, pratica la reciprocità come ambito dell’umana vita, e ciò gli permette di cogliere la contemporaneità. Le parole fuggono dal collage e si adagiano non come ritaglio, ma come segno, e non in quanto valenza estetica e compositiva formalizzata dal segno, non si muove un Twombly sull’opera di De Simone, bensì, ancora, un feed continuo di elementi figli di ogni giornata, di ogni libera associazione. Date, giorni, mesi, parole, voci, informazioni, numeri, si susseguono in calligrammi, in accumulo, e in condensazione si appuntano e nascondono nell’opera. Sono resti di un’informazione in soprannumero che si agita nella quotidianità e si materializzano per la loro capacità d’attrarre l’attenzione, il loro “interesse”, la ripetitività stratificata nell’uso comune, sono ciò che resta e permette la ricerca, la progressione. La reciprocità, un raccordo.

4. Je est un autre, era la Lettera del Veggente di Rimbaud, e la veggenza artistica di De Simone è nella lungimiranza di un segno che si nutre di uno struggimento pittorico che ha matrice nell’impeto che si fa volontà di raccordo con l’altro. Occhi che popolano le sue trame, occhi di donna, di passanti, capelli di donna, volti appena accennati, veloci, occasionali come sguardi nella folla, una ridefinizione dei segreti del volto, del corpo che è colto in una danza ancestrale che risuona come una richiesta di umanità.

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