Giorgio Moio, intervista a Francesco Aprile – utsanga.it, settembre 2020

Giorgio Moio, intervista a Francesco Aprile – utsanga.it, settembre 2020, una versione ridotta è apparsa sul quotidiano cinquecolonne.it – https://www.cinquecolonne.it/intervista-a-francesco-aprile-di-utsanga.html?amp(6 SETTEMBRE 2020 11:00)

Dopo le interviste ai poeti residenti in Campania, riprendiamo il discorso delle interviste rivolgendo le domande – le stesse per tutti – ai direttori di riviste non solo con sede in Campania.

Oggi intervistiamo Francesco Aprile, co-direttore con Cristiano Caggiula di «Utsanga», rivista on line con redazione in provincia di Lecce.

Incominciamo con una domanda semplice e forse scontata, ma che ci serve per inoltrarci in questa intervista. Chi è Francesco Aprile?

Co-direttore di «Utsanga», direttore di «New Page», il movimento fondato dal poeta Francesco S. Dòdaro nel 2009 e di cui curo le attività dal 2013, ma anche poeta visivo, autore di scritture asemantiche, glitch poem, asemic-glitch writing, code poems, abbecedari asemantici, asemic cinema ecc. Ho pubblicato diversi libri in poesia e poesia visiva, ed esposto i miei lavori in Italia e all’estero.

Come e quando è nata «Utsanga»? A proposito: perché avete scelto il termine Utsanga, termine che troviamo nel buddismo, nel pali, nell’induismo, nel sanscrito, nella storia dell’antica India?

«Utsanga» è nata nel 2014 e viene pubblicata con cadenza trimestrale. Nel 2011, guardando alla crisi economica e culturale, iniziavo a maturare l’idea di un’azione impegnata, orientata alla protesta politica e sociale. Chiamai Cristiano Caggiula, che in quel momento era nel Salento, nonostante studiasse a Roma, e dopo un primo confronto telefonico ci incontrammo a Lecce. Nasceva l’iniziativa che prendeva il nome di “Contrabbando poetico” ed era segnata dall’idea di una poesia che nelle modalità fruitive guardava alla performance e all’arte parassita, cercando mezzi di diffusione a basso costo e alta circolazione, da disperdere, disseminare nei contesti urbani proponendo messaggi non consolatori, mai pacificati. Da questa esperienza, sia io che Cristiano, uscivamo con la comune idea di dare corpo a qualcosa di diverso, avevamo bisogno di uno spazio, anche solo virtuale, che non fosse qualcosa di già esistente a cui aggregarsi, ma di nuovo, personale, costruito da zero con quelle che erano le nostre idee. Quindi proposi di dare vita a una nostra rivista e iniziammo a lavorare. Il percorso è stato lungo, ma alla fine, nel 2014, ci siamo decisi. Nel frattempo Cristiano era a Roma, ma dovevamo individuare un nome in grado di rappresentare al meglio quella che era la nostra idea, così, durante un lunghissimo scambio telefonico, vagliando diverse possibili soluzioni, cercando nelle lingue antiche, fra concetti filosofici ecc., la scelta è ricaduta su «Utsanga» che viene dal sanscrito e significa “grembo, ventre, abbraccio” e che, alla fine di una telefonata estenuante, Cristiano aveva tirato fuori dal cilindro. Allora il punto di partenza era quello di una rivista non di “partito”, impostata sulle direttrici del lavoro storico e critico guardando al recente passato e al presente; ci interessava e ci interessa, inoltre, l’aspetto documentale, operare mappature, per quanto queste si presentino sempre come parziali, sulle esperienze passate e presenti (alcuni esempi si trovano nella sezione “Edizioni in progress” della rivista: https://www.utsanga.it/edizioni-in-progress/). Il primo numero di «Utsanga» è datato settembre 2014. È un numero, per quantità di contenuti inferiore rispetto ai successivi, ma non meno intenso, nato da quelli che erano i primi contatti stretti con alcuni autori, italiani e non, nell’ambito della verbovisualità. All’inizio del 2010 risalgono i miei primi lavori che posso inquadrare compiutamente nella poesia verbovisiva. Lavoravo perlopiù in digitale, ma si trattava comunque di lavori che derivavano da un percorso più lungo e analogico, provenivo, infatti, da grafiche punk o pseudopunk, manifesti e altri materiali clandestini affissi un po’ in giro nel corso degli anni. I materiali di quel periodo, il 2010, hanno avuto una circolazione solo grazie all’incontro con Francesco Saverio Dòdaro che, agli inizi dello stesso anno, mi ha spinto a far circolare quanto avevo realizzato. Dico questo perché poi il primo numero si basava sui rapporti nati attraverso la partecipazione alle prime mostre, alle prime riviste e alle attività del movimento letterario New Page fondato nel 2009 da Dòdaro. Erano presenti, infatti, oltre me e Cristiano anche Dòdaro, la critica e scrittrice Carmen De Stasio, Maurizio Spatola, Volodymyr Bilyk, Michael Jacobson, Bartolomé Ferrando, Carl Heyward e il gruppo GAP, Rafael Gonzalez, Laura Monaldi, Luc Fierens, Biagio De Simone, Satu Kaikkonen, Bill DiMichele, Sven Staelens.

La scelta del nome è indicativa del modus operandi. Come dicevo, non una rivista di partito, non asservita a nulla se non all’indipendenza della poesia come pensiero critico, non portatrice di nessuna bandiera, neppure di un qualche vessillo personale. Fin dall’inizio abbiamo idealmente aderito a quanto scritto da Corrado Costa in una lettera indirizzata alla redazione di “Tam Tam”: «Scrivere poesia significa non compiere il sacrificio della conoscenza, non porsi al di fuori della vita, non assumere potere». I semi della nostra attività erano quindi quelli già citati, storia e critica, intrecciati con il pensiero costiano e quel laboratorio incredibile rappresentato dalle attività e dal rigore di Francesco Saverio Dòdaro (al quale Utsanga è dedicata, a partire dal giorno della sua morte avvenuta il 9 febbraio 2018). La rivista, che pure ospita numerose immagini di opere verbovisive, presenta sulla homepage del sito, ogni volta, l’ultima uscita, ma senza esporre anteprime di materiali grafici, affiancando una serie di schede che riportano il nome dell’autore e il titolo dell’intervento, ospitando e affiancando poetiche anche in contrasto fra loro perché “lo scontro veicola le differenze anziché appiattirle” (Gobetti). In un momento storico in cui l’immagine, statica o in movimento, è ovunque, è invasiva, pur ospitandone numerose, si è scelto di non esporle e non esporre nulla sulla home, rimandando il tutto alle pagine interne, alla visualizzazione dei singoli articoli. Una scelta volutamente in controtendenza rispetto all’attuale modello sociale e della comunicazione. Abbiamo cercato di dare al tutto una messa in opera orizzontale nel tentativo di tenere conto del ventre e della nascita, di Utsanga. Ad ogni numero nasciamo diversi.

Siamo nell’era digitale e molte riviste stanno abbandonando il cartaceo o preferendo entrambe le proposte. Perché voi avete preferito solo la versione on line?
Scartando il cartaceo, è ovvio che si rinuncia alla fisicità, all’odore dell’inchiostro o al piacere tattile di girare le pagine. Non vi manca tutto questo?
Secondo te c’è una peculiarità particolare che distingue le riviste on line da quelle cartacee? Quale?

Direi che, almeno per quanto mi riguarda, non sento in modo particolare la mancanza del cartaceo a cui sono, invece, molto legato per il libro, ma non per la rivista che preferisco nel formato digitale. La scelta dipende però da alcuni motivi che provo a sintetizzare e che tracciano in parte le differenze nell’esperienza del fare rivista fra il cartaceo e l’online: volendo lavorare sulla promiscuità dei generi in relazione ai media digitali, ai social ecc., avevamo bisogno di un contenitore che permettesse di ospitare diversi materiali, non cartacei, ad esempio audio e video, senza il bisogno di ricorrere a supporti extra, cosa che invece sarebbe avvenuta se avessimo scelto di lavorare in cartaceo. D’altro canto anche le modalità fruitive della rivista cambiano: oggi il primo luogo in cui si effettuano ricerche bibliografiche è il web, questo apre a un bacino di lettori ulteriori e diversi rispetto a quelli che magari leggono la rivista a ogni nuova uscita.

Molte proposte, oltre alla poesia visuale, che pubblichi sulla tua rivista, si riferiscono alle scritture asemantiche, cioè ‒ volendo fare gli esterofili ‒ l’asemic writing. Puoi darci la tua definizione di questa disciplina?

Per prima cosa si sono affermati termini diversi fra l’Italia e l’area angloamericana per definire la stessa pratica: le ricerche italiane hanno posto l’accento, sin da subito, sul venire meno di un rapporto tra significante e significato tale da ridurre la scrittura a svuotamento semantico (scritture asemantiche). Nell’assenza del significato finisce per trionfare il segno. L’area anglofona vede, invece, l’attestazione del termine asemic e non asemantic. Se avviene ciò negli autori di lingua inglese è per la vicinanza terminologica e concettuale che il termine asemic intrattiene con l’asemia, una forma più grave di afasia. Tuttavia, in una scrittura priva di significato, non muore la sfera del senso.

Sul vostro sito è riportato che «Utsanga» è una rivista di analisi liminale che guarda alle forme che la parola poetica assume nell’extraletterario allargando i confini di ciò che chiamiamo scrittura, alle diverse declinazioni dei linguaggi di ricerca. Quali sono queste diverse declinazioni dei linguaggi di ricerca?

Penso alla poesia visiva e alle declinazioni che oggi assume attraverso i media digitali, quindi a tutti quegli autori di questi anni che ibridano i linguaggi proponendo una verbovisualità lontana dal collage del Novecento (ma queste tecnologie portano anche a riflettere e rileggere la dimensione del collage o dell’analogico in generale, attualizzandolo). Penso alle scritture asemantiche che in quegli autori, pochi, dotati di consapevolezza storica, si sviluppano in maniera autonoma rispetto all’asemic novecentesco, al contrario di molti autori che, oggi, non conoscendo la storia recente di queste pratiche finiscono, spesso, per emulare il già fatto senza rendersene conto. Penso a chi oggi si muove nei meandri di una poesia concreta digitale, del tutto differente dalle dinamiche del secolo scorso. Penso a questi fenomeni che si mescolano e dialogano con il testo poetico lineare, ma anche con il video e assumono come forma preponderante il flusso, il tutto disassemblato, la ramificazione delle superfici che sconfinano e si accumulano, nel digitale, in maniera aprospettica, senza quella profondità che viene data dalla materia. Penso ai testi che nel loro farsi risentono delle dinamiche odierne della comunicazione, a quelli che nella contestazione rifiutano l’utilizzo della lingua dominante o ne tentano il sabotaggio, ma anche ai linguaggi informatici e più in generale a quei serbatoi sintattici, linguistici, come la quality assurance o le dinamiche Seo. Penso, infine, al rumore, più che al suono.

Ti affidi a collaboratori e con quali ruoli?

I collaboratori sono autonomi. La redazione è composta da Egidio Marullo, Volodymyr Bilyk, Nico Vassilakis, Bartolomé Ferrando, Gianluca Garrapa, Wellington Amancio Silva, Elisa Carella. Ognuno propone temi, autori da invitare, iniziative da realizzare. Ad esempio dal numero di settembre 2019 è attiva una “Open Call” permanente, senza scadenza, lanciata da me e Nico Vassilakis riguardo l’asemic writing sia nei termini di “opera” che in quelli, oggi molto diffusi, di fenomeno socio-culturale, di effetto, in qualche modo, di questa tipologia di società e dei suoi media: https://www.utsanga.it/aprile-vassilakis-asemic-writing-open-call/

Mentre Volodymyr Bilyk ha proposto nel settembre 2017 una iniziativa molto interessante, il “Remix Rampage” dei materiali fin lì usciti sulla rivista: https://www.utsanga.it/08-utsanga-remix-rampage/, iniziativa che non escludo possa essere ripresa in futuro.

Allo stesso modo, sono a volte gli autori stessi che dopo essere stati pubblicati sulla rivista ci scrivono per segnalare altri autori.

Sappiamo entrambi le difficoltà che incontra oggi la poesia. Cosa bisognerebbe affinché la poesia ritorni a fare, a dire, a guardare avanti? Qual è il contributo di «Utsanga»?

Non credo che il contributo di Utsanga o di qualsiasi altra realtà (rivista, online o cartacea, portale web, quotidiano, fanzine, blog ecc.) possa rappresentare oggi una soluzione universale. La società è mutata radicalmente; l’informazione è costante e invadente e spezza la fruizione dei contenuti (arriva una notizia che subito è surclassata da altre ancora), troppa dispersione, troppa omologazione che nasce anche dal sapere in qualsiasi momento cosa avviene in qualunque parte del mondo e, quindi, cosa funziona e cosa no. L’effetto dei “like” sui social e la critica assente (quando presente, o si tratta di marketing o è concentrata nel coltivare il proprio orticello, sono rare le eccezioni) e lo sguardo puntato su ciò che in una nicchia o in un’altra fa tendenza, accrescono l’omologazione e l’appiattimento delle proposte. Oggi, purtroppo, è giusto parlare di nicchie e, spesso, sostituire i termini ricerca e poetica (o poetiche) con trend, perché appurato che in un contesto il trend X funziona, allora bisogna subito cavalcarlo spacciando ciò per scelta consapevole e/o maturità poetica. Oggi questo modo capitalista, mosso da ansia da prestazione, permea ogni ambito in un modo e con una totalità mai visti prima. In questo contesto sarebbe scorretto scomodare il paragone con l’impatto che i vari gruppi e scuole avevano sulla comunità letteraria in passato. Il mutamento è così radicale che parlare di autonomia e influenza significa falsificare la questione. Si tratta, piuttosto, di ego e modi capitalisti che hanno modificato dall’interno la condizione letteraria. Fare qualcosa? Per quanto insufficiente possa essere, dico che bisogna continuare a lavorare non curandosi dei trends e di chi, attraverso questi, fa i giochi di potere che sono sempre miseri.

Se la vita è una continua ricerca di se stessi o di quello che ci fa stare meglio, l’assunto può essere girato alla sfera poetica e come?

Per quanto mi riguarda tendo a non assimilare ricerca di sé e felicità alla sfera poetica, non trasferirei, allora, l’assunto. Anche la vita vorrei vederla uscire da questa condizione, sentirla come uno spazio per la ricerca non di sé e dello star meglio curvato, ancora, su sé, ma carica di un senso di responsabilità che guardi agli altri e al mondo. La mia libertà non finisce incontrando quella altrui, ma incontrandola, e finendo, inizia davvero perché cresce con quella altrui.

La poesia è irreale ‒ a detta di qualcuno ‒ che invita al silenzio, a rappresentare il silenzio, in quanto impotente nel percepire le condizioni umane e per questo avvinghiata da uno spaesamento. Che ne pensi? 

Penso che la poesia sia qualcosa di reale sia che si misuri con il mondo, la politica, la morte, i disastri, i giochi e più in generale il linguaggio, un sogno, un oggetto qualsiasi, un albero o le strade di una città, lo spazio di una casa, di una stanza, le scritture altre, le identità o la loro inesistenza, qualsiasi altra cosa, sia sempre reale e il silenzio, con la sua impossibilità, una parte del tutto.

Attualmente quali progetti ci sono in cantiere?

Abbiamo da poco portato a termine un primo restyling di Utsanga e ottimizzato tutta una serie di processi interni al sito, probabilmente lavoreremo in quest’ottica ancora per un po’, ma al di là delle questioni tecniche siamo al lavoro sul prossimo numero, quello di giugno, ipotizzando soluzioni per i numeri successivi e la pubblicazione, per ora sempre online, di tutta una serie di materiali relativi all’archivio della rivista. Stiamo progettando, inoltre, delle mostre, ma questo è un discorso ancora nella sua fase embrionale.

Le proposte di poesia alternativa, di ricerca, come nel vostro caso, oggi trovano molta difficoltà a farsi “comprendere”. Cosa occorre fare affinché la poesia, la letteratura, non sia assoggettata alla dominante tradizione lirico-sentimentale o alla speculazione dell’industria culturale egemone?

Molte riviste, in Italia, sono caratterizzate quasi da una sorta di disprezzo verso tutto ciò che non sia lirico. Pur non essendo per forza di cose realtà promotrici di una poesia sentimentale, o almeno non esclusivamente, possiamo riscontrarvi come tratto distintivo dei testi promossi il rifiuto verso forme di scritture altre. Questo rifiuto è visto, da alcuni operatori, addirittura come una conquista rispetto alle poetiche sperimentali del Novecento. Allora bisogna continuare a lavorare, con costanza, affiancare ai testi opere critiche, teoriche, fare, anche, divulgazione. Penso alla costanza del lavoro di Carmine Lubrano, Mariangela Guatteri, Eugenio Lucrezi, Daniele Poletti, Fabio Orecchini, Enzo Campi, Sonia Caporossi e altri ancora.

Qualcuno azzarda che le riviste letterarie non hanno più motivo di esistere, visto che non ci sono più correnti letterarie e i lettori scarseggiano o al massimo leggono on line. Perché i lettori dovrebbero leggere la tua rivista?

Se non esistono correnti letterarie, dovrebbero leggerla per quello, perché non si eseguono direttive di partito, o comunque dovremmo rivedere il modo in cui intendiamo le correnti.

Da quando si pubblica «Utsanga» ci sono stati argomenti che ti hanno fatto esclamare: «Vale la pena proseguire! Vale la pena spenderci il mio tempo!»? E quali sono?

Ho pensato questo tutte le volte in cui mi sono imbattuto in contributi che gettavano luce su questioni poco trattate del recente passato, ma anche davanti a esplorazioni accurate del presente.

E quelli più interessanti a livello personale?

Dal punto di vista personale penso al lavoro di ricostruzione e sistemazione storica e critica che con Cristiano Caggiula abbiamo affrontato per quanto riguarda l’asemic writing.

C’è chi non crede più nella forza propulsiva delle riviste in quanto la convinzione è che hanno fatto il loro tempo. Per rispondere a questi scettici, che ruolo dovrebbero avere ‒ secondo te, al di là del tuo condizionamento in qualità di direttore ‒ le riviste letterarie in questo periodo dove si legge poco, diciamo così, per non dire altro, in quanto apriremmo un discorso troppo lungo? In generale, quale dovrebbe essere il ruolo di una rivista letteraria in questo “strano” periodo storico affinché torni ad essere protagonista nel mondo letterario come avveniva nel Novecento e maggiormente nel secondo dopoguerra?

Che ci sia o meno un mandato sociale, oggi o domani, poco importa. Dovremmo volere un pubblico? Costruiamo dialoghi o scontri, magari. Continuiamo a portare le riviste fuori dal loro territorio. Promuoviamo azioni parallele, consapevoli dei salti nel buio.

Insomma: un giovane poeta o scrittore, ma anche meno giovane perché oggi dovrebbe affidare le proprie idee letterarie alle riviste?

Per ritrovare il senso del dibattito e/o della costruzione, in generale, dei sensi della scrittura e delle sue forme. Una rivista dovrebbe essere il luogo delle diversità e, come tale, presentare le diverse linee, approfondirle, conoscerle, affiancare ai testi escursioni critiche, storiche, saggiarne la tenuta e questa impostazione non può che far crescere i giovani poeti, i loro testi. Non la vetrina, ma l’esplorazione.

L’accusa maggiore che viene rivolta alle riviste è quella di giacere in una specie di “oblio”, un limbo collimato dal contesto in cui opera. «Utsanga» come si rapporta con l’ambiente in cui opera, cosa propone ai lettori al di fuori della “pagina”, quale altre iniziative nel tentativo di realizzare una concreta amplificazione del suo messaggio?

Partiamo dal fatto che, forse, in questo tempo l’oblio non è poi così male e non è la cosa peggiore. Per il resto, come Utsanga abbiamo lavorato da subito su più fronti, organizzando mostre, convegni e incontri vari:

  • Liminale. Opere verbovisive, F. Aprile-C. Caggiula, novembre-dicembre 2015, Centro Culturale Gabriella Ferri, Roma, presentazione di Lamberto Pignotti e Giovanni Fontana.
  • Utsanga. Asemic writing exhibition / Map of the asemic horizon (a cura di F. Aprile-C. Caggiula-E. Carella, Parco archeologico Scolacium, Roccelletta di Borgia, Cz, 02-11-2016/02-05-2017.
  • Utsanga. Modulazioni granulari, F. Aprile-C. Caggiula-E. Marullo, Palazzo Risolo, Specchia, Le, 24-04 / 14-05-2017, testi critici di Giancarlo Pavanello e Julien Blaine, in collaborazione con Amo Per Amo.
  • La parola intermediale: un itinerario pugliese, convegno e catalogo a cura di Utsanga.it, Biblioteca Gino Rizzo, Cavallino, Le, 25-26 maggio 2017.
  • AA.VV., Asemic writing. Contributi teorici, a cura di F. Aprile-C. Caggiula, Ivrea, Archimuseo Adriano Accattino, 2018.
  • Primo canto alla macchia, Egidio Marullo e Valerio Daniele, 22 febbraio 2018.
  • Lampi di verità. La poesia di Donato Di Poce, 23 febbraio 2018.
  • Forma e transforma: dalla scrittura visuale all’asemic writing, mostra a cura di Adriano Accattino, Francesco Aprile (Utsanga) e Cristiano Caggiula (Utsanga), integrata con materiali provenienti dall’archivio Utsanga; aprile-maggio 2018.
  • Asemic writing. Dalla scrittura allo scrivere, dalla parola al segno, Biblioteca Gino Rizzo, Cavallino, Le, 24 maggio 2018.
  • Cantata plurale per F. S. Dòdaro, mostra più proiezioni, WeLab, Lecce, 18-24 maggio 2019.

Detto tra noi, a quattr’occhi, quale dovrebbe essere il ruolo di una rivista in relazione al contesto?

Il contesto dovrebbe essere rilevato e analizzato, filtrato criticamente, mai ridotto a linea guida da intercettare nel tentativo di incontrarne i favori. Andrebbe messo in discussione, in crisi, anche attraverso quelle opere che non se ne occupano direttamente, ma che risultano o possono risultare in un certo senso illeggibili per il contesto. Andrebbe filtrato criticamente, sì, ma quindi anche elaborato e affrontato.

Per concludere: cosa ci proponi col nuovo numero?

Con il prossimo numero torneremo ad approfondire aspetti legati alla verbovisualità sudamericana, brasiliana e argentina in particolare, riannodando il filo con le ricerche già ospitate in passato, ad esempio le vicende del “Poema processo” brasiliano.

Francesco Aprile, Code Poems 2010-2019, Post-Asemic Press, 2020

 

Introduction by Volodymyr Bilyk

Never underestimate the grind of technological progress. You never know what is coming, but you will be crushed by sheer laws-of-physics-defying weight of the surprise. That’s the thing you need to be aware of upon reading this book. One of the benefits of writing poetry is that you don’t really need to write what is generally considered to be poetry. In one way or another, you need to explore and apply aesthetic qualities and features of languages and use whatever tools that can help with accomplishing that task. From this perspective – computer code is pretty much a perfect medium for making poetry. You don’t need to do anything else and if everything comes together just right – poetry happens. Just like a swiss army knife poetry can transform code in a way that moves deeply into territory of unknown. Code poetry is a leap beyond. Paul N. Edwards wrote “computers are language machines”, except their understanding of language is more practical. Code is utilitarian, functional, it has a definite purpose. It makes sense. But when code is applied not as a functional element but as a thing-in-itself – it moves above and beyond. The result is something different, something that resembles regular code but is fundamentally different in its modus operandi. In a way, code poetry creates a paradox – it is a poem written in programming language that operates beyond the programming language’s function and designed for outsider’s perspective. That kind of beyond is within the reaches of the human mind but you have accepted it for what it is. In the human mind, code poetry is like desolate remains of borderline unknown, misinterpreted or semi-studied civilizations. The only thing you are left with are speculations and ruminations. As such, you need to go into this book open-minded. Let it do its job and make you surprised.

Information

This book is a collection of “Code poems” that the author wrote between 2010 and 2019. He used different languages: pseudocode, Html with Javascript, Css, Php and Laravel, found code, command-line executions and git, errors log from Katalon, Mvn and Katalium. The recent history of writing provides a large part of the context for the reception of the information technology in literature. After a high school diploma about information technology, the author studied Science of Philosophy. During degree course, he matured the idea to work on relations between code and poetry. His first research in this field takes the name of “Poetic algorithm” (2010). With his first poetic algorithm, written in pseudocode, he won in 2016 the Source Code Poetry Challenge in “Most artistic” category. Code poems are cracks in the technical workflow, a poetic manumission in a language that is stranger for the poetry. Codes reveal the differential state of themselves as writing and poem, but these are always codes.

texto, #01, quaderni liminali di letteratura elettronica

booklet: textoprogetto

 

Asemic cinema III, IV, marzo 2020