Violazioni in marasma, performance: il testo

VIOLAZIONI IN MARASMA. PER FRANCESCO SAVERIO DODARO
Performance per voci corpi suoni poesia e visualità
di Francesco Aprile, Giuliano Ingrosso, Teresa Lutri
agosto-settembre 2013

Fondo Verri, Lecce, 11 settembre 2013

Francesco Aprile (reading, poesia verbo-visiva)
Giuliano Ingrosso (suoni, reading)
Teresa Lutri (reading, mime corporel)
Marco Monaco (suoni)
Quentin Yvinec (mime corporel)

Cut-up liberamente tratto dai testi e dalla ricerca di Francesco Saverio Dòdaro
Testo disponibile anche su: http://antonioverri.blogspot.it/2013/09/violazioni-in-marasma-per-francesco.html

Pronto? Pronto, sì. Quest’estate l’acqua ha irrigato i tuoi boschi di vetro.
Quest’estate le rose sono nere.
Quest’estate io parto.
Pronto? Pronto? Pronto? Pronto?
Oh, miei cari, io, io parto. Parto. Vado nell’Osthrakien. Parto. Vado a gettare nel cielo, alla mia innamorata, la freccia d’acero accesa.
Mia cara, raggiungerò il tuo cuore. Alla decima ora, di uno di questi impossibili millenni.
Cessato  allarme.
Marasma.
Matà
Matà
Matà
Ma…tà
Cessato  allarme. Il bombardamento è  finito.
Un giorno qualsiasi, di un anno qualsiasi, su uno scafo qualsiasi. Dal silenzio di quattromila anni, nel grande oceano negativo, piangendo.
Ora bisogna contare i morti.
Recuperare i vivi, sepolti.
La strada, ciò che ne è rimasto, si popola di spettri. Pallidi. Silenziosi. Lenti. Non un urlo, un grido, un pianto.
Qui la morte è come il sole, la luna, il mattino, la sera.
Ospedale psichiatrico. Il viale. Non è proprio un viale, ma lo chiamano così. Tre pini rinsecchiti, un cespuglio di oleandri, senza fiori.
A destra
il padiglione uomini,
a sinistra
il padiglione donne.
Padiglione, sa tanto di Fiera del Levante.
Ma sì,
fiera dell’altro mondo. Dell’angoscia. Della disperazione.
Si vende, si sente, si offre di tutto.
“Mi dai mille lire. Mi dai mille lire. Mi dai mille lire”.
Mi sta perseguitando.
Ha una giacca che sembra un cappotto. I pantaloni che lasciano vedere le calze, rosse. Sono più corti di almeno venti centimetri.
Gli do mille lire. Sghignazza, sorride, va via.
Scende il silenzio. Mi guardo attorno. Tutto è squallido.
Sembra una scena da Dopo il bombardamento. Voglio denunciare. Mi sento rivoluzionario. Il silenzio è rotto da un urlo, feroce, penoso, lacerante: “Mamma”.
Mamma
Mamma
Mamma
Mam…ma
E le possibili rivolte.
I riflettori illuminano la scena. I personaggi. Sento le urla. Il mio cuore s’oscura.
Risento l’eco: “Non rinuncio alle aspirazioni di bambino”.
E penso ai ragazzi. Alla loro purezza.
A chi allatta ancora il proprio puer. Il proprio angelo.
Gli angeli si cercano.
Il sessantotto è fallito. L’immaginazione è fallita.
Voglio tornare al grande vecchio. Al brivido della sua ombra, incontrare i sognatori. La poesia.
Il puer. Ancora la poesia.
Anni sessanta-settanta.
Erano gli anni di piombo.
E della controcultura:
chi pubblicava con editori era un reazionario.
La poesia, manoscritta o ciclostilata, si veicolava o per posta, alla californiana, o per strada: nelle piazze, all’ingresso delle università, dei licei. A volte nelle aule, interrompendo la lezione. Volantinaggio poetico, incursioni semiologiche.
Gli scontri erano frequenti.
Le mazze, le manganellate lasciavano segni.
Al sangue, all’osso.
I miei sono stati devastanti. Trent’anni di sofferenze. E di interrogativi.
Chi sono? Passo lunghi periodi senza memoria, senza passato: senz’anima.
Mi guardo allo specchio: a sinistra il cranio, lucido, con una lunga cicatrice, mal cucita; a destra, ciuffi di capelli, qua e là. Mi faccio schifo.
Ma chi sei? “Un poeta che ha amato, che ama la poesia”, dice la psichiatra.
Ed io ripeto: “Un poeta che ha amato, che ama la poesia”.
Nei momenti di lucidità penso che essere stato sempre in prima linea per affermare la priorità dell’afflato, che aver dato il mio cranio alla poesia, sia stato bello, magico.
Come dare a un bambino, sul prato, il vento, e una girandola. O una carezza.
Come respirare il profumo del grano, quando è verde.
Come vedere sulle Murge, gli alberi in fiore.
Come ricordare il tempo materno. Riascoltare i silenzi. E la voce. Il canto.
La madre, la madre il canto, le Murge in fiore. Fichi e freddo.
Pastore. Vastar. Vastra. Vasto. Vastità. Il re della Murgia.
Un secchio di resti per il cane. Povero cane.
Il re della Murgia. La castigata per cavallo.
Lana morbida e calda calda calda. Calda.
Le mani fredde. Le mani calde.
Le mani gelate. Tante mani gelate.
L’occhiello è al metano. Il catenaccio chiude l’angoscia.

La ricetta la mmane, a maggio.
Il boccone del re: un fiorone svuotato, poi riempito di latte, ed è subito quaglio.
Il boccone del re. Ed è subito sera.
Domani, a sera, bombarderemo la città.
Vendita promozionale. Un camion di soldati morti.
Vendita promozionale. I gelsomini della Murgia.
Le mimose del Serrone. Le stelle, della notte di natale.
Bombarderemo la città.
L’Adriatico s’incendia.
Le rose dell’Adriatico.
Dalle macerie una mano parla. Un cumulo di pietre. Sette piani di pietre.
Una mano che sfiora e poi parla.
La pelle chiarissima. Le unghie bellissime. Le dita bellissime.
La vena sussurra l’amore.
Il tepore di una notte di luna e il silenzio segna l’historia.
Bombarderemo la città.
Ventuno esplosioni.
Ventuno navi.
Ventuno paure.
Ventuno lune.
Ventuno morti.
Ventuno nascite.
Ventuno singhiozzi.
Ventuno solitudini.
E proteste e fantasmi e voci e urla.
Ventuno rose per te. Il tepore di una notte di luna. Il silenzio. I gelsomini della Murgia.
Il castello, la piazza. I profumi della Murgia. La pagina inchiostrata dalla rosa.
rosa rosa rosa
Non può più contenere la disperata disperazione del segno poetico.
Sono illeggibili l’occhio.
Il corpo.
Ma non le labbra di Man Ray.
Nè il suo cielo.
Nè l’infinita infinitudine della sua dolcezza.
ttutto sugli schermi. ttutto.
poi l’eco.
ttutto
ttutto
ttutto
ttut…to

Le risonanze buie del sonno. Imposto. E tutto il malessere. A venire.
Tutto.
Tutto.
Tutto.
Ho voluto capire il tradimento.
Ho parlato con medici, infermieri, parenti.
Ho rovistato cassetti, depositi. Ho smembrato ricordi, coscienze.
Ho interrogato schede, archivi, carte.
Poi ho scritto sulla parete della mia stanza, dal pavimento al soffitto: “Vigliacchi”.
L’ho scritto con il verde.
Un mio amico newyorkese, poeta di frontiera, è rimasto stravolto da quella scritta, pur non conoscendo le spinte che l’hanno prodotta.
Ha detto che è il più bel segno di poesia concreta  mai visto. Violento. totale.
Vigliacchi.
A quanta gente è indirizzato quel plurale! Vigliacchi. Vigliacchi!
La stanza era squallida. Dipinta di verde.
Dieci sedie sgangherate.
Un vecchio televisore per le videocassette rock: cinema alternativo.
Fogli sessantottini, ingialliti. Poesia ciclostilata. Poesia minima.
Qualche altro inchiostro.
Sguardi impietriti. Il pallore dei volti mi ricorda i sanatori di una volta.
Sono attratto da un femminile di età indefinibile. Lineamenti aristocratici. Triste.
Gli occhi hanno una profondità galattica. Cerco di raggiungerli. “Da dove vengono, da dove vieni. Tu, devi essere nata il 10 agosto”.
Cumuli di lontananze lungo i suoi gesti, ad accarezzare.
Lungo i Navigli la sera scivolava sulle cose.
Tutto era lento, afono.
La rosa nascosta di Missoni profumava delicatamente la nebbia.
L’ora era ferma sull’oblio.
Addio, pagine, parole amate, gesti ammassati nei depositi, sguardi, primi piani di pelle solcata dal rimmel, di pallore, pallore di cipria.
Primi piani di polvere, di rughe della memoria, dell’anima.
Primi piani di pizzi, di sete, di neri, d’incanti.
Primi piani di rose dischiuse, di petali, di grazia, d’infinita dolcezza, di mari, d’oceani.
Notte delle lune d’acciaio, delle partenze, delle fughe, dell’aquilone smarrito.
Notte dei latrati, delle paure.
Notte della solitaria solitudine.
Notte delle stelle, del Carro, dell’Orsa.
Notte dei treni, delle stazioni, della sete.
Notte dell’antica pietra, della soglia.
Notte della notte.
Primi piani di rose dischiuse.
Di pizzi, di sete, di neri, d’incanti, d’abbracci, di carezze, di baci, di baci, di baci…di baci.
Le lontananze accarezzavano i suoi gesti.
Lungo i Navigli la sera scivolava sulle cose.
Tutto era lento, afono.
Una sirena, d’improvviso, sconvolse la quiete.
La nebbia si diradò scoprendo sui muri labbra, rossi, sete, case e la Scala, il Coro, la Banda, le luci del vecchio canale.
Primi piani di polvere, di rughe della memoria, dell’anima.
Primi piani di pizzi, di sete, di neri, d’incanti.
Primi piani di rose dischiuse, di petali, di grazia, d’infinita dolcezza, di mari, d’oceani.
Notte delle lune d’acciaio, delle partenze, delle fughe, dell’aquilone smarrito.
Sono attratto da un femminile di età indefinibile. Lineamenti aristocratici. Triste.
Gli occhi hanno una profondità galattica. Cerco di raggiungerli. “Da dove vengono, da dove vieni. Tu, devi essere nata il 10 agosto”.
Cumuli di lontananze lungo i suoi gesti, ad accarezzare.
Pronto? Pronto? Pronto?
Lo scirocco soffia sulla malinconia, e sulla pagina violata.
Il giorno più bello della mia vita.
Il profumo della campagna. Il grande camino, ed il corpo bianco, delicato. Profondo: sino all’anima. La casa dell’anima. Tra i ruscelli della morte e le dolci sorgenti del lutto.
Il rumore degli occhi. Quante cose scivolano sulle pieghe clandestine.
Il galletto gira, gira, gira. Lo scirocco soffia sulla malinconia.
Pronto? Pronto?
Pronto? Pronto, sì. Quest’estate l’acqua ha irrigato i tuoi boschi di vetro.
Quest’estate le rose sono nere.
Quest’estate io parto.
Pronto? Pronto? Pronto? Pronto?
Oh, miei cari, io, io parto. Parto. Vado nell’Osthrakien. Parto. Vado a gettare nel cielo, alla mia innamorata, la freccia d’acero accesa.
Mia cara, raggiungerò il tuo cuore. Alla decima ora, di uno di questi impossibili millenni.
Senza chiedere in conto la notte alla solitudine.
Non si interroga la solitudine, la mancanza.
La mia adolescenza è stata musicata dai fischi dei treni, incipit di spartiti mai ultimati.
Le rotaie erano i miei pentagrammi.
Sui pennacchi di fumo delle locomotive scrivevo le parole e lo swing della protesta.
Poi, ho cercato di capire le rughe della sofferenza, della malinconia, il lutto di un adolescente.
Ho interrogato i frammenti platonici.
Ma non c’è l’amore per tutto questo?
Ma non c’è l’amore per tutto questo?
Da sessant’anni m’interrogo. Ma non si chiede alla notte il conto delle solitudini. Delle mancanze.
Pronto? Pronto?
Pronto? Pronto, sì. Quest’estate l’acqua ha irrigato i tuoi boschi di vetro.
Quest’estate le rose sono nere.
Quest’estate io parto.
Pronto? Pronto? Pronto? Pronto?
Oh, miei cari, io, io parto. Parto. Vado nell’Osthrakien. Parto. Vado a gettare nel cielo, alla mia innamorata, la freccia d’acero accesa.
A chi ha voluto l’ammantatura rosa, come missoni.
Il fiore rosa, come missoni.
E la stanza rosa.
A chi ha voluto che curassi la sua malanza con una rosa.
Ho tinto la strada di rosa
Il mare di rosa
Il cielo di rosa
E la pagina, di rosa
Rosa antico
Chiaro
Chiarissimo
Bianco
Bianco memoria
Memoria di rosa
Pronto? Pronto?
Pronto? Pronto, sì. Quest’estate l’acqua ha irrigato i tuoi boschi di vetro.
Quest’estate le rose sono nere.
Quest’estate io parto.
Pronto? Pronto? Pronto? Pronto?
Oh, miei cari, io, io parto. Parto. Vado nell’Osthrakien. Parto. Vado a gettare nel cielo, alla mia innamorata, la freccia d’acero accesa.
Mia cara, raggiungerò il tuo cuore. Alla decima ora, di uno di questi impossibili millenni.
Quando il sole s’imbuca nella sera, ogni parete, ogni muro diventa quaderno per le lontananze.
S’incanta. S’incontra: ombre, respiri, voci.
Mia cara, raggiungerò il tuo cuore. Alla decima ora, di uno di questi impossibili millenni.
In quella prima decade di maggio.
Quando la rugiada bagna le prime rose
un giorno qualsiasi di un anno qualsiasi
alla decima ora, di uno di questi impossibili millenni.

Testi utilizzati:

Sconcetti di luna, in «Compact Type. Nuova Narrativa», Edizioni Pensionante de’ Saraceni, Caprarica di Lecce 1990
Tracce di un discorso amoroso, in «Diapoesitive. Scritture per gli schermi», Edizioni Pensionante de’ Saraceni, Caprarica di Lecce 1990
Reparto “P”, in «Pieghe narrative», Conte Editore, Lecce 2001
All’ombra del grande vecchio, in «Pieghe narrative», Conte Editore, Lecce 2001
I colombi della clausura, in «Pieghe narrative», Conte Editore, Lecce 2001
Vento, vento, in «Pieghe narrative», Conte Editore, Lecce 2001
Rosa virginale, in «Pieghe poetiche», Conte Editore, Lecce 2001
L’addio alle scene, in «L’addio alle scene», Argo, Lecce 1996
Vukovar. 26 ottobre, in «L’addio alle scene», Argo, Lecce 1996
Giornalista d’assalto, in «L’addio alle scene», Argo, Lecce 1996
La stanza dipinta di verde, in «L’addio alle scene», Argo, Lecce 1996
Il buco nero, in «L’addio alle scene», Argo, Lecce 1996
Cadono le ultime mimose, in «L’addio alle scene», Argo, Lecce 1996
Navigli, in «Mail Fiction. Free Lances», Edizioni Pensionante de’ Saraceni, Lecce 1991
Uscita in marasma, in «Carte letterarie», Edizioni Astragali-Eufonia Multimedia, Lecce 2009
Riflessioni. Per Ugo Carrega, in «Disperate del XX secolo», Il Laboratorio, Galatina 1989
Dichiarazione d’innocenza, in «Locandine letterarie», Il Raggio Verde, Lecce 2005
dis/adriatico, in «Spagine. Scrittura infinita», Edizioni Dopopensionante, Galatina 1991

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Violazioni in marasma. Omaggio a Francesco Saverio Dòdaro

Violazioni in marasma.
per Francesco Saverio Dòdaro

Performance per voci corpi suoni poesia e visualità
di Francesco Aprile, Giuliano Ingrosso, Teresa Lutri

Fondo Verri, Lecce – via S. Maria del Paradiso
mercoledì 11 settembre, ore 21:00

Francesco Aprile (reading, poesia verbo-visiva)
Giuliano Ingrosso (suoni, reading)
Teresa Lutri (reading, mime corporel)
Marco Monaco (suoni)
Quentin Yvinec (mime corporel)

Violazioni in marasma è una performance, un omaggio alla figura umana e artistica di Francesco Saverio Dòdaro. La performance si alimenta di quello che è il tracciato della ricerca dòdariana, dalla fondazione del Movimento di Arte Genetica nel 1976 fino all’ideazione del movimento letterario New Page – Narrativa in store nel 2009. Il tentativo è quello di dare corpo e voce alle continue violazioni estetiche e concettuali dell’autore che dal suo arrivo nel Salento, nella prima metà degli anni ‘50, ha rappresentato un punto di riferimento per il dibattito artistico e letterario del meridione e dell’Italia in genere, con una tensione internazionale che ha portato il suo operare, da sempre corale, allo scardinamento dei luoghi come delle norme estetiche dell’opera d’arte. Accostabile, per tensione di ricerca (sempre volta alla scoperta dei “semi” del linguaggio) e apertura all’Altro, alla figura di Emilio Villa, come quest’ultimo ha rappresentato uno snodo cruciale per un gran numero di artisti che – attingendo alla linfa della sua ricerca – hanno saputo compiere importanti percorsi di crescita e maturazione. Da sempre vicino ai giovani, considerati una miniera, il suo percorso, militante, impegnato, appare oggi sempre più indirizzato verso la necessità del “puer” per rifondare l’Anthropos. Definito dal poeta Antonio L. Verri come “il grande vecchio dell’analisi poetica” ha dato vita ad alcune delle violazioni autorali ed editoriali più interessanti del secondo ‘900; fra queste ricordiamo il già citato Movimento di Arte Genetica, i Compact Type (romanzi in tre cartelle), le Diapoesitive (romanzi da proiettare, per le strade, sui muri delle case, dei palazzi…), Mail Fiction (il romanzo su cartolina che segna una svolta importantissima dopo le Short Stories, la New Wave, le Flash Fiction), Wall Word (romanzi da muro, prima esperienza mondiale di narrativa concreta), Pieghe Narrative (romanzi brevi sul leaflet dei pubblicitari), New Page – Narrativa in store (romanzi di cento parole da esporre nelle vetrine dei negozi, non sul libro, ma su crowner, pannelli cartonati in uso nella comunicazione pubblicitaria) e altro ancora.

Francesco Saverio Dòdaro, cenni bio-bibliografici
http://www.sindacatoscrittori.net/documenti/autori/dodaro.htm

Nasce nel 1930 a Bari da famiglia con forte tradizione chimica-farmaceutica. Opposti i suoi interessi giovanili: teatro, poesia, polifonia, pittura. La frontiera surreale-metafisica lo sconvolge, se ne innamora. Scrive i primi atti unici, i primi versi. Dipinge. Scappa di casa, alla ricerca dell’altrove: Bologna, Morandi. È il primo dopoguerra, durissimo lo scontro con l’ora. Altre fughe. Incanti ininterrotti. Stringe un forte legame con il poeta Hrand Nazariantz, poi il Meridionalismo lo seduce ed entra nel suo seminario: l’Ufficio stampa della “Fiera del Levante”, un’ altissima scuola di purezza, un rigoroso, straordinario insegnamento di prassi editoriale. Ancora fughe. Dopo un periodo parigino si trasferisce a Lecce. Dopo ricerche ventennali, rintracciata la ritmicità amniotica nell’opera d’arte, annodata la condizione poietica ai bowlbyani «Mourning processes» e alla «Manque à être» di Lacan, nel 1976 fonda il «Movimento genetico». L’arte: il linguaggio del lutto, della mancanza (separazione, perdita maternale). Due le testate del Movimento: Ghen (Lecce), 1977-79 (giornale modulare) e Ghen res extensa ligu (Genova), 1981-85. Nel 1980, con F. Miglietta, lancia il “Manifesto di architettura genetica”: Incliniamo l’orizzonte. Il suo sistema segnico si nutre dei mcluhaniani «media»: poesie per gli altoparlanti stradali, per Internet, postale in store; diapoesitive per gli schermi, la città, la follia; romanzi postali, da muro, da ascoltare, su leaflets, in unico esemplare, in store; teatro postale, in store. Altri elementi connotativi della sua prassi: il plurilinguismo e il «modulo» (unità di misura del pensiero e della comunicazione), spesso contrassegnato dalla Classificazione decimale Dewey. Nel 1980, con altri genetici, esegue per la RAI una performance televisiva nell’ Ospedale psichiatrico di Strudà. Nel 1981 viola il «metro», curvandolo e rapportandolo a una sfera lignea atta a contenere l’adulto in posizione fetale. Un metronomo, registrato sulla frequenza cardiaca, completa l’installazione: “Matram psicofisica”. Malesseri, svenimenti per gli scrutatori dell’interno sferico. L’Opera è conservata nel Museo provinciale S. Casromediano di Lecce. Nel 1989 cura la modularità, il respiro verbo-visivo e altro del “Quotidiano dei poeti” di A. Verri. Per alcuni anni è direttore editoriale della Conte Editore. Nel 2009 lancia il Manifesto «New Page. Narrativa in store », a cui fanno seguito nel 2010 il secondo e il terzo Manifesto: «Per i prossimi cento anni, cento autori, narrati di 100 parole»; «New Page. L’apparato pausativo» e, nel 2011, il quarto e il quinto: «New Page. Theatre in store» e «New Page. Poetry in store». Nell’ambito della poesia verbo-visiva e del libro-oggetto, è presente nelle più importanti manifestazioni di «Nuova scrittura», in Musei, Biblioteche, Archivi, fra i quali si segnalano Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze – “Libri e pagine d’artista”, Galleria d’arte moderna di Gallarate, Archivio Sackner, Hokkaido Museum of Literature, Archivio Della Grazia di nuova scrittura. Ultimamente la sua ricerca è indirizzata verso la morfologia grammaticale: l’ampliamento della flessione, sino al canto, al respiro, all’infanzia, a matà. L’uscita in vocale o in consonante, il genere, il numero sono un limite.

Ha ideato e curato le collane:

«Ghen arte» (Lecce, 1978), «Violazioni estetiche» (Lecce, 1981), «Scritture» (Parabita, 1989), «Spagine. Scritture infinite» (Caprarica di Lecce, 1989), «Compact Type. Nuova narrativa» (Caprarica di Lecce, 1990), «Diapoesitive. Scritture per gli schermi» (Caprarica di Lecce, 1990), «Mail Fiction» (Caprarica di Lecce, 1991), «Wall Word» (Lecce, 1992 ) – tradotta in giapponese ed esposta all’ Hokkaido Museum of Literature di Sapporo – , «International Mail Stories» (Lecce, 1993), «Internet Poetry» (Lecce, 1995), «Walkman Fiction. Romanzi da ascoltare» (Lecce, 1996), «E 800 European Literature», in 5 lingue (Lecce, 2000), «Pieghe narrative» (Lecce, 2001), «Pieghe poetiche» (Lecce, 2001), «Pieghe della memoria» (Lecce, 2001), «Foglie nude» (Doria di Cassano Jonio, 2003), «Locandine letterarie» (Lecce, 2005), «Romanzi nudi» (Lecce, 2006-07), «Carte letterarie» (Lecce, 2009), «792 Mail Theatre» (Lecce, 2009), «New Page. Narrativa in store», (Lecce, 2009), «New Page. Theatre in store» (Lecce, 2010), «New Page. Poetry in store» (Lecce, 2011)

New Page per caso

New Page per caso, performance


lunedì 07 febbraio 2011
ImageE’ stata inaugurata venerdì 4 febbraio la mostra “New Page – romanzi di cento parole in mostra” a Lecce presso il Caffè Letterario, via Paladini, opere di Erika Sorrenti, Teresa Lutri, Giuliano Ingrosso, Francesco Aprile, prodotte nell’ambito del movimento letterario New Page fondato sul finire del 2009 da Francesco Saverio Dòdaro. Durante la serata inaugurale è stata realizzata la performance “New Page per caso” ideata da Teresa Lutri, curata nel respiro grafico delle modalità d’interazione e nell’assetto teorico da Francesco Aprile. Sviluppata da Teresa Lutri, Francesco Aprile, Giuliano Ingrosso, Erika Sorrenti.

In un mondo, in uno spazio sociale che diventa dis/sociale, la comunicazione che, secondo gli assiomi della stessa non potrebbe esistere se non attraverso l’interazione, diviene, oggi, nel 2011, assetto comunicativo a senso unico, che privilegia la vana esaltazione dell’esteriore superfluo fruibile ai più attraverso non una vera comunicazione (Azione Comune), bensì tramite l’apporto di estensioni programmatiche del rapporto umano, i new media dell’internettiano miroir nello spazio logico dell’indifferenza sociale e dell’allontanamento comune delle relazioni umane.

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Interventi musicali di: Giuliano Ingrosso, Alessandra De Luca, Roberta Gaetani.

F. A.

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New Page umane, il corpo testo (pt 2)

“Diceva Walter Benjamin che nell’immagine dialettica convergono_ passato e presente, l’istante, e generano il futuro.”
Era scritto nel discorso letto durante la performance per l’inaugurazione della mostra personale con le New Page di Teresa Lutri e Francesco Aprile, il 15 ottobre 2010 a Lecce presso il Fondo Verri.
La performance, ideata da Francesco Aprile_ curata e realizzata dallo stesso assieme a Teresa Lutri, si inscriveva nella contestualizzazione della parola-corpo, intendendo le New Page in quanto UMANE. Ossia, partendo dal concetto secondo cui Mcluhan contestualizzava l’energia elettrica come estensione dei centri nervosi umani, si arrivava_ attraverso l’inserimento di una serie di codici all’interno della punteggiatura, tutti provenienti dal linguaggio elettronico-informatico_ a considerare la parola, il testo, come estensione, propaggine, del corpo umano, in un tentativo di realizzazione della concezione mcluhaniana dei media come estensione dell’uomo.

Dalla lettura del discorso fu eliminata una premessa. Necessaria a chiarirne modalità e forme. Ma necessaria era, anche, l’eliminazione di questa_ per poter rendere più diretta e forte l’idea, il concetto, la natura stessa delle parole.
Si parlava di sradicamento sociale che precede le nostre stesse nascite, facendo riferimento a tutto un percorso di rilettura e trasformazione del linguaggio iniziato prima di noi, in questo Sud del Sud inascoltato. Iniziato con lo stesso fondatore del movimento letterario New Page, ossia Francesco Saverio Dòdaro, e poi estesosi ai poeti Antonio Leonardo Verri e Salvatore Toma, al pittore Edoardo De Candia, all’esperienza teatrale di Astràgali, alla ricerca culturale di Mauro Marino e ancora ancora. Ancora.

Si parlava dell’assenza del futuro come diretta conseguenza dell’assenza di una storia, di un passato. Questo in riferimento alle rivoluzioni americane del ‘900 nel campo dell’arte, dal gestualismo di Jackson Pollock all’arte Pop di Andy Warhol e via dicendo, come conseguenza dell’assenza di una loro storia millenaria, pomposa, asfissiante, degradante, da ansia funebre, consentendo_ a loro_ una continua via d’uscita|
scandagliando le strade per una riformulazione del linguaggio.

Per questo. Noi_ oggi|
Siamo senza futuro.

Perché, in virtù di questa assenza presenza americana sulle vie del linguaggio, in virtù della presenza di uno sradicamento sociale della parola, delle rivoluzioni letterarie che ci precedono, abbiamo cancellato la nostra storia da ansia funebre per aderire alle sconnessioni logiche di derivazioni elettronico-informatiche delle parole come estensioni del corpo.
Per questo, oggi, la frantumazione del rigo, il riutilizzo del punto, riletto in virtù di uno schema composto da muscoli nervi carne parola-corpo, l’intrusione di nuovi segni di punteggiatura provenienti dai linguaggi della contemporaneità, il sistematico rifiuto di una nostra storia asfissiante castrante_ perché, nell’assenza di un passato non si genera il futuro, perché dove non convergono istante e passato, ma si realizza solo l’istante|
non si scorge futuro. E noi|
Oggi|
nell’abuso saturazione della società|

SIAMO SENZA FUTURO.

New Page umane, il corpo testo (pt 1)

È stata inaugurata venerdì 15 ottobre 2010 la personale di Teresa Lutri e Francesco Aprile, autori del movimento New Page fondato da Francesco Saverio Dòdaro. Sono stati esposti presso il Fondo Verri di Lecce 12 lavori di Francesco Aprile e 14 di Teresa Lutri, testi, romanzi di cento parole che rileggono l’apparato pausativo ormai stantìo, ingiallito dallo scorrere delle pagine del tempo, in virtù di una contaminazione tecnologica dei segni grafici di interpunzione, inserendo tutto uno scorrere di connessioni-sconnessioni di frantumazioni complementari della parola, di matrice elettronico-informatica, che tengono conto dell’evoluzione delle parole come estensione diretta del corpo umano, come propaggini della carne, dei muscoli, del respiro. Inoltre, durante la serata, è stata realizzata una performance che pone l’accento su queste contaminazioni, considerando il corpo umano come testo, romanzo della nostra esistenza. La performance, ideata da Francesco Aprile, è stata curata e realizzata da Francesco Aprile e Teresa Lutri. A precedere il tutto due interventi: il primo di Mauro Marino (Il Paese Nuovo) che rilanciava l’impegno culturale che il quotidiano salentino pone verso la ricerca letteraria e lo fa, anche, attraverso il considerevole appoggio dato al movimento New Page con l’inaugurazione sulle proprie pagine dello spazio letterario denominato “L’ultima” nel quale vengono pubblicate le uscite del movimento. Il secondo intervento, di Francesco Saverio Dòdaro, battezzava la mostra storicizzando la ricerca che i due autori esposti in quella serata hanno via via attualizzato nel campo delle contaminazioni tecnologiche in un apparato pausativo ormai superato, e storicizzava tutto questo racchiudendo il discorso in 5 parole che recitano così “Vi presento il duo underscore”.

La serata ha ospitato la performance musicale di Giuliano Ingrosso e la regia video di Matteo Amorino.

Francesco Aprile