New Page_Sui nuovi sistemi di punteggiatura

Due file in formato pdf per analizzare l’introduzione e lo scorrere dei nuovi segni di punteggiatura dall’utilizzo nella letteratura contemporanea – nel caso specifico in alcuni lavori prodotti all’interno del movimento letterario New Page fondato sul finire del 2009 da Francesco Saverio Dòdaro, lavori che portano la firma di Francesco Aprile (marzo 2010) e Teresa Lutri (aprile 2010) mutuati dal mondo attorno e dall’ibridazione coi sistemi elettronico-informatici della comunicazione – nel marzo 2010 di nuovi segni come l’underscore ( _ ) e il pipe ( | ) fino alla loro teorizzazione con apparizione di un breve testo sulle pagine del quotidiano Il Paese Nuovo nell’ottobre 2010, al link Saggio sulla puteggiatura tecnologica, fino alle recenti pubblicazioni targate 2011, da “La testa del serpente” di Guido Olimpio, istant book del Corriere della Sera stampato nel maggio 2011 in cui l’underscore funge da incipit al titolo di ogni capitolo, fino ad arrivare alla stesura del comunicato stampa e diffusione della notizia della mostra “Mas’10_Monitoraggio Architettura del Salento” (per i giorni 17 e 18 giugno 2011) dove si registra, oltre che nel nome dell’evento, ampio uso dell’underscore. Il secondo file, che ripercorre queste tappe, è disponibile al link: Monitoraggio nuovi sistemi di punteggiatura.

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New Page, l’ortografia è morta

New Page, L’ortografia è morta. Amen

di Francesco Saverio Dòdaro (2011-01-02, Fondo Verri, Lecce)

L’apparato pausativo: il ‘respiro’ del testo, dell’’anthropos’, nell’ora ‘diversa’. Respiro oppresso, alterato. Il ‘respiro’ del testo e gli echi del suo passato, dello ‘scriptio continua’, delle prime separazioni delle parole, delle prime segmentazioni della catena parlata, dei gruppi tonali, del testo scritto per ‘cola et commata’, dell’’ars punctandi’. L’eco della ‘distinctio’, mai dell’autore o del copista, ma del lettore. L’eco quattrocentesca del segno bisognoso di ‘riposo’, di ‘quies’ e quella rinascimentale delle contrapposizioni normative: ragioni ‘intonative-pausative’, ragioni ‘sintattiche’. L’eco barocca del Batoli, forte, chiara: “Scopo primario dell’interpunzione è ‘dividere’”, l’interpunzione come “guida del pensiero” e ancora, “Autonomia della grafia”,“Visibilità della pagina”. L’eco settecentesca: “Priorità dell’aspetto prosodico – quantità delle sillabe e ritmo poetico – rispetto a quello sintattico”.
Per tutto l’Ottocento e i primi del Novecento, l’interpunzione è rapportata al ‘respiro’, e, soprattutto, alla ‘musica’, regolata dal solfeggio in quattro quarti. Poi, i primi assalti innovativi: la prosa giornalistica di marca ‘impressiva’, con andamento paratattico, le minuscole dopo il punto fermo, le ‘microfrasi’, le ‘contrazioni’ testuali, le chiusure brusche del periodo, l’addio al ‘punto e virgola’, la ‘verbalizzazione’ dei punti di sospensione, dello ‘spazio bianco’, del ‘silenzio’, le aggressività della pagina, la punteggiatura ‘iperespressiva’, le ‘icone emozionali’, i segni della scrittura digitale e, in Cina, il romanzo senza parole, solo punteggiatura. Mutamenti che indicano la dura sottomissione della norma sintattica all’ora. Norma sintattica fortemente dominante, invece, sin dal 1781, per opera dell’Adelung, nell’apparato grammaticale tedesco e, persino, codificata dai ministeri nazisti. L’Ascoli ancora urla nella sua tomba. La svolta tedesca avviene solo con la riforma del 1966, con
la “degrammaticalizzazione” della punteggiatura e la liberazione del principio fonetico-intonativo. Ampio il consenso riscosso, a diversi livelli. Adorno: “Ogni segno accuratamente evitato è una riverenza che la scrittura fa al suono”.
New page: L’apparato pausativo del terzo millennio. La svolta ‘postgrammaticale’ e il ‘respiro subliminale’ della narrativa. La parola ha assoluto bisogno di intercettare i sistemi della comunicazione per acquisirne tutta l’ampiezza comunicativa, connotativa di quest’ora e capace di raggiungere ogni magazzino mnestico, ogni risonanza percettiva. C’è bisogno di una diversa configurazione del segno – carattere, corpo, pesantezza –, dello spazio, della pagina, del silenzio per determinare, fortificare e amplificare ogni significante. Lo proposero, con altre modalità, i pionieri della poesia concreta – Augusto e Haroldo De Campos, Decio Pignataro, Carlo Belloli, Eugen Gomringer e la fiumana dei loro seguaci in tutto il mondo. C’è bisogno di reimpostare la ‘texture’ della narrativa e immaginare nuove trame compositive e di fruizione, tenendo ben presente la necessità di esporre subito un manifesto: L’ortografia è morta. Amen.

New Page_Due approcci

3 febbraio 2010

Conoscere la comunicazione. Ora. Il ritorno ad un batter di mani che è volto al tempo che fu. Pagine che sono come oralità. Soprattutto – rifondare/ricontestualizzare i luoghi della scrittura. La pagina è ovunque – è la nuova pagina di Francesco Saverio Dòdaro. Da Gutenberg a Dòdaro. Nel mezzo. Evoluzioni, rivoluzioni, involuzioni, periodi stagnanti. Il processo, a volte, ristagna. New Page è un nuovo manifesto letterario.
Uno scrivere che assimila la lezione di Joyce ed Henry James, sulle nuove frontiere del romanzo, dei fermenti degli anni ’70 – che pone il suo sguardo nell’ora, diagnosticando una nuova immagine dialettica che, non può fare a meno della lezione passata, che non è proiettata nel futuro, bensì, è un ritaglio di tempo nell’ora. Uno sguardo all’oggi come il flâneur che vaga straniato nella città divenuta ormai metropoli, un testo come dato aleatorio da manipolare nella frenesia di un vagare. Di vetrina in vetrina. Di strada in strada. Che è la strada il nesso dell’ora. Il suo scorrersi da sé. Come un avvolgere un nastro. La dimensione che è propria dell’ora è quella di un prodotto che possa esser fruibile e d’impatto nella frenesia degli sguardi che corrono alla ricerca del capo d’occasione, così, New Page, assume la sottodenominazione di “Narrativa in Store”. L’accessibilità al prodotto letterario che non può stagnare nel lento fluire della pagina scritta. Di libro in libro. In poi. Fino agli sms. La necessità di un romanzo in 100 parole, come connessioni logiche e istintuali che attaccano, fra spazi e spazi – letterari/intertestuali e nuove dimensioni espositive della pagina scritta – che si “srotola” come ventata di freschezza, sguardo attento all’evoluzione della società. Il passo della letteratura ed il suo continuo divenire. Un ritorno all’Azione Comune della ComunicAzione che sfonda i varchi e gli stili preconfezionati, per farsi parola Comune, attraverso un effetto del Sociale che riporta, con la ricontestualizzazione dei luoghi, il testo ad un varcare il salotto d’elite. Tuffandosi nella quotidianità. Ecco che New Page – dicevo – diventa un nuovo manifesto letterario.
Scrive Dòdaro che New Page è una «contestualizzazione della pagina letteraria gutenberghiana. Un tracciato capace di intercettare il know-how della comunicazione, i grovigli della fruizione e le dinamiche areali: narrativa del terzo millennio. Le centopagine – le jamesiane short story – la new wave degli anni settanta non possono più interpretare l’ora. Bisogna tradurre adeguatamente il contesto.»
Dalle pagine rivoluzionarie – come nuovi modelli letterari – negli anni ’90 assieme ad Antonio Verri, alla “New Page”, che potremmo definire narrativa dei luoghi o pagina dei luoghi. Saverio Dòdaro continua il suo percorso d’innovazione della letteratura.

Il romanzo in 100 parole è un ritmo generativo. Nasce da un battito intestino e preme  – cuore e cervella – per venire fuori. Ha il sapore del tempo come spazio pubblico di creazione. Un nuovo modo d’intendere la punteggiatura ed il divenire del testo nel passaggio che compie dal corpo alla pagina. Parole. Che da sole, su di una pagina, segnano la percezione più di pagine e pagine. È l’uso che della parola si fa a segnarne l’impatto logico/sensazionale. Dalla dualità dell’anima, l’andare a scovare la dualità dell’esistere umano, in un continuo cercare l’altro. Tra frammenti. Di sguardi. Di mancanze. Di notti come nuvola. Di notti. E parole. E suoni. E poi il contatto. Il tremolio di una carezza. Il corpo che si curva e scuote sotto la semplice tensione di una carezza. Di una voce. L’amore. E scrive Dòdaro. «L’amore. Sì. Null’altro.»

19 marzo 2010

New Page è l’adesione ad un nuovo modo di intendere la scrittura. Uno sguardo all’ORA della Comunicazione ed ai modi della sua Fruizione. Un nuovo modo di approcciarsi a tutta una serie di Sovrastrutture (che non intenderemo nell’accezione marxista del termine) intese come Mondo e Concetto di esso che ci circonda, nel modello proposto dall’austriaco Ludwig Wittgenstein – ovvero il mondo come totalità di tutto ciò che accade, fatti, ed il linguaggio come rappresentazione di questi, cioè, del mondo – attraverso una visione di tutto questo come di un mondo che è artificio, concetto creato dall’uomo e mutuato dal linguaggio, in un’espressione vera o non vera del mondo stesso, quasi al ritmo di un misticismo Zen insito nell’opera del viennese. Partendo da ciò, potremmo iniziare a parlare di New Page come di un movimento che legge e ri-legge, attualizza e ri-attualizza, contestualizza e ri-contestualizza l’ora, la sua percezione, generando un nuovo modo di intendere luoghi e tempi della scrittura, una dimensione spazio/tempo in accordo coi momenti, la velocità, il mcluhaniano concetto di ritmo – l’impatto che un media ha sulla società è dato dal cambio di ritmo che riesce ad apportare, generando, così, il concetto stesso di medium come messaggio e gettando lo sguardo ad un futuro in cui il mezzo avrebbe abbattuto il linguaggio stesso – tutto ciò letto smembrato metabolizzato, riutilizzato nel concetto/contesto di un mezzo, la New Page, che conferisce un nuovo apparato sintattico al testo, in accordo con la nuova lettura della società – o meglio, del testo e dei suoi tempi di lettura in rapporto alla società postmoderna, frenetica e frammentaria – e che si fa trasposizione su carta del respiro dell’autore stesso. Il soffio dell’Arte che si fa per l’Arte. Perché è lo stesso Dòdaro ad affermare che bisogna “Ritornare ad essere dei cantastorie. Il cantastorie del terzo millennio non è nelle piazze, ma nelle vetrine“. Appunto, una nuova lettura dello spazio fruitivo della creazione artistica, in questo caso letteraria, la narrativa in store rilegge, manifestandosi come finestra aperta sullo scorrere del tempo, il nostro tempo mutuato da frammenti che sono sguardi, repentini, mai pronti ad una dimensione “conoscitiva/osservazionale” adatta ad uno sguardo come profondità in rapporto al tempo/spazio dell’Ora.

Francesco Aprile

New Page_Punteggiatura tecnologica

Sulla punteggiatura tecnologica:

è possibile scaricare il pdf del saggio sulla punteggiatura tecnologica pubblicato il 2010-10-14 su Il Paese Nuovo, al link:

Sono 14 i testi, di chi qui scrive, nell’ambito del Movimento Letterario New Page, fondato da Francesco Saverio Dòdaro. Sono 16, invece, i lavori di Teresa Lutri. Lavori all’interno dei quali si è tentata, insieme, una rielaborazione del sistema di punteggiatura oggi in uso. Sulla scia di quanto affermato dal fondatore del movimento con la stesura del primo manifesto, in cui scriveva «Centoparole e un diverso apparato pausativo», si è partiti con il riutilizzo del segno di interpunzione più forte. Il punto. In un tentativo di totale adesione al corpo. Una punteggiatura. Una sintassi che, nell’uso del punto, richiama a sé l’elaborazione della prosa spontanea della Beat Generation, come ha scritto, anche, Andrea Donaera – giovane e valente poeta gallipolino – ovvero «La punteggiatura è figlia della Beat Generation, ma più tesa e mozzafiato»(2010/08/21). In un tentativo di frazionare il testo per conferire una musicalità che possa essere relazionata al ritmo del corpo e della società e delle parole, come evoluzioni tecnologiche, che si manifestano come protuberanze, continuazioni dell’oggetto-corpo.
Le pagine dell’oggi sono il corpo, le pause i silenzi, i linguaggi di ora si relazionano fra commistioni di generi e tecnologie in virtù di una società globalizzata in cui l’altro è nell’abbraccio stretto delle nostre diversità, articolato fra il respiro delle parole, contaminate da esperienze lessicali la cui matrice è il mondo, ed il mezzo è l’incontro totale. Spostare il raggio, il braccio dell’attenzione, fa in modo che le parole, pur essendo su carta, diventino l’esatta trasposizione dell’unico foglio che la natura umana ha a disposizione fin dalla nascita, un a priori kantiano, materializzato fra nervi carne e muscoli del corpo. Il corpo.
Oltre il punto. Oltre. E ancora. Scorrendo lungo le vibrazioni della virgola. Segno di pausa debole. Che difficilmente può tradurre in modo adeguato lo spazio testuale del corpo nella trascrizione fisica dell’ora. L’oggi, necessita di uno spazio letterario diverso. Nuovo. Di un apparato pausativo riconsiderato di conseguenza. Fra le pagine di interminabili contaminazioni figlie – anche – dell’atto visivo contaminativo dell’arte pop di Andy Warhol, pensata nell’epoca della riproducibilità tecnica. Oggi, l’apparato pausativo ha la necessità, l’urgenza, di un respiro techno-pop violentato dalle esperienze postpunk del ritmo (nella piena considerazione ritmica di ciò che è stato ed è, dai primi blues al jazz della Beat Generation, dal punk per accedere al filone elettrico-rock-dark del postpunk sillabato da una no wave nutrita di noise), il tutto espresso con la simmetria di un assetto sintattico elettronico/informatico figlio delle nostre più recenti propaggini etimologiche. Nella piena espressione della nostra etimologia della carne. È necessaria l’acquisizione di nuovi codici sintattici appresi, direttamente, dai linguaggi provenienti dalle frontiere logistiche dell’elettronica e dell’informatica, per una punteggiatura tesa, slabbrata, sulle corde vere dell’agire e sentire del corpo. Così, avveniva che, senza sapere l’uno cosa stesse facendo l’altro, venissero fuori due testi. Due New Page (datate fra aprile e maggio 2010) una a firma di Teresa Lutri dal titolo “Solita bottiglia ennesima”, scritto quasi in concomitanza con un mio testo dal titolo “Il Divo” – che fino a quel momento lei non aveva letto (teorizzando entrambi la stessa tensione e commistione nella punteggiatura) – (Il Divo) testo che fu a mente fredda escluso dalla pubblicazione per evitare inutili polemiche, introducevano i due testi la sostituzione sistematica della virgola in situazioni in cui una pausa, forte, rappresentava un eccesso, una pausa, debole (la virgola), si dimostrava impercettibile alle modalità dei testi, mal imponendosi come perfetta propaggine del linguaggio corpo, si faceva necessaria l’introduzione dell’underscore (il trattino basso _ ), direttamente dai linguaggi informatici, a stabilire un contatto forte, ma non di ferma divisione, accentuando, invece, la continuità, la giusta sospensione della tensione del corpo fra parola e parola. Utilizzato nel testo di Teresa Lutri come introduzione di ogni incipit, o meglio, è la punteggiatura, nel caso specifico, a farsi incipit del testo stesso, a modularne l’introduzione, l’introiettarsi del testo che ritorna al corpo dopo essersi fatto propaggine esterna dei nostri arti, della nostra carne. A modulare la giusta sospensione fra corpo tempo e parola. Fra il respiro e l’uscita delle sillabe dal corpo. L’adrenalina che si fa mozzata, a metà strada fra l’uscita e l’insuccesso dell’esplosione, tramutando il testo in un’atmosfera d’infermità caratteristica dell’oggi, di quell’atmosfera terrorizzante nella totale assenza di una prospettiva di futuro. Come uno sparo inceppato nella canna di un fucile. L’incedere incespicante di una pistola rotta. Il singhiozzo grafico del testo eseguiva alla perfezione il suo compito di estensione del corpo e delle sue premure. Col mio testo, Il Divo, l’underscore spostava la sua utilizzazione da quella di incipit che aveva avuto in Solita bottiglia ennesima. Entrava in un meccanismo di sostituzione della virgola in situazioni in cui, questa, non innescava in modo adeguato la successione e conseguente frattura fra le parole, facendosi, invece, portavoce delle frantumazioni esistenziali che si susseguono nel percorso della vita, entrando nel discorso come i tempi e le congiunzioni fra tempi e tempi accedono al corpo umano ed alle sue vicende. Scandendo il ritmo delle parole in relazione, non al mondo, ma al loro porsi nel mondo. Un relazionarsi, dunque, nel relazionarsi. Il percorso di rinnovamento dell’apparato pausativo prosegue con l’introduzione di uno stratagemma sintattico che è proprio della comunicazione giornalistica. Il sistema in questione, un tempo molto in voga all’inizio di un articolo di giornale, oggi, invece, sulla via della sparizione, consisteva nel separare il luogo del “delitto” o semplicemente di svolgimento di un evento col segno in questione |
Questo tipo di intrusione da parte del linguaggio giornalistico nell’assetto comunicativo della narrazione, nel caso specifico della narrazione in store (ma poi sviluppato ulteriormente da me e Teresa Lutri, assieme all’utilizzo dell’underscore, all’interno della narrazione, formale solo nel termine – ma non nell’assetto sintattico, con la stesura di tutta una serie di racconti più o meno brevi), si dimostra utile nell’introduzione di una nuova pausa, forte, molto forte, quasi a spianare, come fosse un rullo compressore, la consolidata presenza del punto come segno forte d’interpunzione. Introdotto nel mio testo “In una stagione bellissima” (N.P. 4.12, 2010/06/16) e nel successivo “Magritte” (N.P. 4.13, 2010/07/12) rappresenta lo spostamento della parola corpo/oggetto, la traslazione di tutto un trasalire prima fisico che psichico, trasportando il nostro corpo e le nostre parole, come naturale prosecuzione del corpo, su di un piano che rappresenta a pieno titolo l’incedere frammentato di un società frenetica, postmoderna, in continuo movimento, la cui fonte primaria destabilizzante è la perenne  e totale apertura al cambiamento.
Tutto ciò nella maturazione di un approccio techno urbano al testo, come operazioni sintetiche delle evoluzioni tecnologiche del vivere. Che in un costrutto completamente dominato dalla contemporaneità sanno farsi portatrici, le evoluzioni tecnologiche, di accurate intrusioni, come teneri aghi trapiantati nel corpo, come scossa tesa a destare e ricostruire il corpo, quindi la parola stessa, come figlia diretta di mutazioni “genetiche” attraverso tutta una serie di impianti-trapianti che ne scalfiscono l’apparato classico conferendo una visione contemporanea all’insieme, qui inteso come testo, nella prosecuzione su carta, attraverso l’uso della parola intesa come protuberanza-estensione del corpo umano, dell’evolversi di una società ibrida, tecnologica, postmoderna, abbandonata allo scorrere non più di immagini, ma di soli frammenti, qui bene estesi e rappresentati nella rilettura dell’apparato pausativo.
L’introduzione di tutta una serie di segni, e contaminazioni, e operazioni tecnologiche del vivere, trasposizioni cartacee della parola oggetto/corpo, delle nostre protuberanze, delle nostre frammentazioni, sociali, esistenziali, dimensionali per spazio e tempo e realtà e virtualità, il ritmo delle parole, delle vite, delle scansioni umorali, dei tracciati delle piogge, dei fiori, dei fiori. Dei fiori distesi fra le nostre ossessioni. Liberi fieri contrari. Dislocati in un punto imprecisato dell’esistenza.Francesco Aprile 

2010-10-12

New Page_Stratificazioni mnestiche

STRATIFICAZIONI MNESTICHE

Sulla scia delle pubblicazioni freaudiane sulla psicoanalisi e relative indagini sull’inconscio la tecnica del flusso di coscienza si fa corpo – sviluppandosi a livello narrativo, trovando per la prima volta l’introduzione del termine stesso nel lavoro dello psicologo William James – fratello maggiore del romanziere Henry James – che nei suoi “Principles of Psychology” (1890) traccia la concettualizzazione secondo la quale descrive il flusso del pensiero associandolo alla corrente fluviale. Questa teorizzazione del libero flusso del pensiero viene preceduta dal testo di Edouard Dujardin “Les Lauriers sont coupés” pubblicato fra maggioagosto del 1887 sui numeri della Revue Indépendante, diretta dallo stesso Dujardin. Autori che hanno contribuito allo sviluppo di questa tecnica sono stati Dorothy Richardson, William Faulkner e James Joyce. E proprio sull’autore irlandese bisogna soffermarsi per potersi accostare al terzo romanzo in cento parole di Francesco Saverio Dòdaro. La
degrammaticalizzazione apparsa nella seconda New Page di Francesco Saverio Dòdaro, mutuata dalle necessità del suono, dalla morte dell’ortografia, in virtù di quella che lo stesso autore definì come “svolta post-grammaticale” (discorso tenuto dallo stesso il 2 gennaio 2011 presso il Fondo Verri di Lecce, rassegna Le mani e l’ascolto) viene, in questo terzo lavoro, ulteriormente limata, portata verso un compimento nuovo – nella concezione grafico-contenutistica della teoria dei flussi di coscienza – che muovendo dai flussi di coscienza di Joyce, si pensi al monologo interiore di Molly Bloom nell’Ulisse, dove l’assenza di punteggiatura permetteva alle parole di aderire al continuo passaggio da un’idea all’altra che è proprio del pensiero e, quindi, di esprimerlo senza interruzioni, arriva a farsi
espressione del particolare, oltre, dunque, l’idea di una narrazione di flussi di coscienza universali. In quest’ottica Dòdaro opta per la definizione – per quanto riguarda il suo romanzo in cento parole – di “Stratificazione mnestica”, ossia la stratificazione di vari e particolari, ben determinati, flussi di pensiero che tornano alla ribalta, all’apice dello sforzo mnemònico dell’autore che ne rende possibile lo stratificarsi attraverso l’utilizzo diverso, sia sul piano concettuale che su quello puramente grafico, che fa della pagina e dell’idea di libro (“Centoparole e un diverso apparato pausativo. Centoparole, non sul libro, ormai sott’attacco, ma sulla pagina reinventata. New Page. New Page per la nuova comunicazione narrativa. Comunicazione in store.” – dal primo Manifesto del movimento letterario New Page a firma dello stesso Dòdaro) che, a differenza di quanto avveniva in Joyce in cui
l’espressione del testo era affidata al prodotto libro nella sua concezione classica, qui, l’espressione dei flussi di coscienza è resa possibile, appunto, attraverso lo stratificarsi grafico, l’utilizzo di due colori diversi ad indicare ben precise stratificazioni del pensiero, e concettuale maturato, questo aspetto, dalla diversa concezione del libro sfociata, appunto, nella creazione del movimento New Page. Tutto ciò, secondo l’autore, porta, anche, alla creazione di una tensione fra “l’hic et nunc e l’anthropos”.

 

Francesco Aprile
2011-01-30

New Page e comunicazione pubblicitaria

La comunicazione. Il pubblicitario. Assuefazione.  Stordimento. Immagine. Concedersi all’atto inconscio del plasmare. La pubblicità irrompe nei sistemi della comunicazione. Ne diventa parte a sé. Coinvolge. Attraverso l’accumulo. La rifrazione dei significati. I rimandi all’intangibile specchio sociale. Il prodotto non è, in sé, l’oggetto che la pubblicità propone come principale. Il rimando è il fine. L’associazione del prodotto ad uno schema sociale affermato, vincente, riconosciuto. Ad uno standard. Così, se il prodotto è associato ad uno schema reale vincente, il prodotto è esso stesso vincente. Il prodotto diventa, non più specchio del reale, ma reale stesso e genera visioni. Attese. Speranze. Illusioni. Il prodotto è il mondo reale. In questo contesto socio-culturale in cui il mondo è solo un feticcio, uno sfondo illusorio, il reale è il prodotto, la merce, l’attenzione si sposta. Così si manifesta New Page. Nelle vetrine. In quella piazza comunicazionale del terzo millennio che accoglie la deriva sociale della perdita. Lo svuotamento. Che cancella, svilisce i simboli, vecchi, occultati da polvere e slogan. Le pubblicità sulle impalcature dei nostri monumenti diroccati. Abbandonati. Questo restauro è offerto da. La piazza è nuda. Cupa. Perso deserto che è di transito. Le piazze, oggi, non sono di nessuno. Le vetrine, oggi, sono della gente. Lì è l’incontro. Lo sguardo. Il dove. Si pensi alle proteste studentesche del 2010, da poco concluso, che si sono realizzate non come presa della piazza, ma del monumento. La piazza è, infatti, luogo di transito. Il monumento – disgregato simbolo dell’abbandono sociale – l’arrivo. Oppure, sempre più spesso, non più il monumento, ma la distruzione della vetrina. Delle vetrine. Delle attese perse. Mai recuperate. Di quelle promesse finte. Vuote. La protesta si rivolta contro se stessa. Si aggira. Si avvolge. Si contorce. E sfocia contro il prodotto. Contro il simbolo. È la morte della piazza, dell’incontro. Si pensi alle proteste dei lavoratori. Non più la piazza. Ora una gru, ora l’Asinara. Il luogo dismesso. Qui, le parole di Francesco Saverio Dòdaro che ribadiva «Il cantastorie del terzo millennio non è nelle piazze, ma nelle vetrine». New Page – Narrativa in store, movimento letterario fondato, appunto, da Francesco Saverio Dòdaro, si inserisce in questo scenario, catturando la piazza del terzo millennio, la vetrina, conferendole una nuova dimensione, un nuovo spazio comunicazionale – quello dei romanzi in cento parole – che, sulle regole della comunicazione pubblicitaria, rimandano, associano, lo sguardo del passante, del lettore occasionale, all’idea culturale, come modello mai sopito, che emerge e genera la vetrina che trasmette il messaggio e si fa messaggio. The medium is the message – Marshall Mcluhan. Così lo sguardo, l’attenzione, sono catturati da una richiesta. Perché New Page è una richiesta d’ascolto alla società. Al passaggio. Alla voce del cantastorie. Delle parole. Svuotate fino all’anima, ormai private di spazio e tempo, svalutate. Il concetto culturale della parola soffre d’inflazione, d’abbassamento del reale valore d’uso che, nella vetrina, cerca una nuova vita, una nuova verginità, una rinascita nel terzo millennio in store. La parola, così, si cuce addosso – nel romanzo in store di Francesco Saverio Dòdaro – i sistemi della comunicazione pubblicitaria contemporanea, abbinati ad elementi propri del Concretismo per una neo narrativa concreta che è attuazione di tutta una storia fatta di ibridazioni concettuali e testuali della resa grafica della parola, del respiro del testo, di una punteggiatura che Dòdaro sintetizza, oggi, nell’assenza stessa della punteggiatura, per una apoteosi del suono ritmato dall’unica nota, dallo spartito di una vita, che è il battito del cuore, il battito materno, a cui lo stesso ha annidato la ritmicità del testo nel 1976 fondando lo storico Movimento di Arte Genetica,  individuando l’arte come linguaggio del lutto, per la separazione, lacerazione, la manque à être lacaniana, del bambino dalla madre. Annidando nell’amore la parola che «tramava e tremava l’amore il suo dolore d’amore sulla scena d’amore» dove il suono è ripetizione e la ripetizione è ibridazione. Abbattimento di confini strutturali del testo, di barriere, di confini, di elementi castranti che causano dispersione, lotte, lotte intestine. Lotte. Lotte. Lotte d’amore. Dove narrativa si nutre di schemi e temi e elementi propri della poiesi e viceversa e ancora, ancora, narrativa che si ibrida col teatro, con la poesia che entra nel teatro e viceversa, in un continuo gioco che incendia la scena, i writers «sulle candide quinte […] a urlare l’arbitrio e la violenza». Lungo le vie di un testo che si modella allo scorrere sonoro, che danza, e premia quello che Adorno (citato dallo stesso Dòdaro in un suo intervento sull’apparato pausativo tenuto la sera del 2 gennaio 2011 presso il Fondo Verri di Lecce ed apparso, poi, sulle pagine di Paese Nuovo) definiva così «Ogni segno accuratamente evitato è una riverenza che la scrittura fa al suono», ed i sistemi della comunicazione entrano in gioco, a trivellare, mitragliare l’essenza dello sguardo che si posa stranito sulla vetrina e le parole della protesta Del suono. Del verso. Del verbo. Delle urla. Urla. Urla. Urla d’amore.

Francesco Aprile